Malvina, morta di covid e derubata dell’identità

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Malvina, morta di covid e derubata dell’identità. Il figlio contro la burocrazia per restituirle la dignità.

Il covid 19 ha portato via alle famiglie genitori, nonni, amici:

Paolo Pazzi è un volto noto della realtà torinese: uomo protagonista della movida dagli anni 80′ / ’90, i locali dell’adolescenza di chi più adolescente non è lo hanno visto regista delle notti migliori. Il virus non ha guardato in faccia nemmeno lui e il 14 maggio si è portato via sua madre, Malvina, di 87 anni. Da allora, suo figlio ha ingaggiato una lotta contro la burocrazia per capire cos’è successo e per riavere indietro gli effetti personali della donna, restituiti solo in parte, i documenti e le cartelle cliniche che risultano rubati.

D: Quando è stata ricoverata Malvina?

R: Mia madre è stata ricoverata al Giovanni Bosco per una protesi all’anca. Un intervento normale, su una donna di 87 anni che se si esclude la difficoltà a deambulare, era in buono stato di salute.

D: Non aveva complicazioni cardiache, respiratorie?

R: No, mia madre era una donna dura, reattiva, attenta. Non aveva altre patologie se non quella che l’aveva portata al reparto di ortopedia per l’intervento.

D: Come andò?

R: Benissimo. Tanto che avevamo già preso contatti per la struttura riabilitativa a settimo torinese.
Poi arriva il corona virus in Italia.

D: E le cose sono cambiate?

R: Ne sentivamo parlare in televisione ma ci sembrava una cosa così lontana. A un certo punto l’ospedale chiude il reparto di ortopedia, come da indicazioni del decreto, per la sicurezza delle pazienti. Da quel momento io non ho più visto mia madre, con la quale però ho parlato al telefono.

D: Come la sentiva? Si lamentava?

R: Mia madre era un generale, dava direttive a tutti. L’ho sempre sentita in gamba e lucida, parlavamo di quanto stava accadendo nel mondo ma la sensazione era quella che lo sentisse molto lontano.

D: Era spaventata?

R: No, e io l’ho sempre sentita tranquilla.

D: Cosa succede col passare dei giorni?

R: In ospedale, le pazienti stanno tutte insieme con le oro compagne di stanza, non frequentano i parenti perché era proibito ma nonostante l’isolamento precauzionale vengono comunque portate da una parte all’altra della struttura sanitaria: mia madre viene portata in radiologia per una lastra di controllo dato che era stata operata da poco. Altre sono state portate a fare gli esami del sangue. Spostandole e poi rimettendole nella stessa stanza è stato favorito il contatto con altri, l’esposizione al contagio.

D: Sua mamma è stata contagiata?

R: Sì, ma era asintomatica, così mi è stato detto.

D: E poi?

R: Mamma è stata trasferita a Villa Pia, dove chiamo per avere informazioni, parlo con mia madre e tutto sembrava apparentemente sotto controllo. Le stesse persone con le quali ho parlato mi confermavano che interagiva.

D: Quando sua mamma diventa sintomatica?

R: In poco tempo ha presentato i sintomi del covid: Villa Pia mi ha telefonato per dirmelo ma mi avevano anche detto di non preoccuparmi che tutto era sotto controllo. Ma mia madre ha avuto una crisi respiratoria e, dopo 36 ore di terapia intensiva, alle 18 è morta.

D: Ha detto di aver parlato al telefono con Villa Pia. Con chi?

R: Non lo so.

D: Come non lo sa?

R: Non lo so. A telefono durante l’emergenza era impossibile parlare con qualcuno: o ci si imbatteva in segretarie telefoniche dantesche che ti proponevano il girone dei tasti da scegliere oppure sembrava che il primo che rispondesse fosse autorizzato a dare risposte di circostanza. Non so chi mi ha chiamato per dirmi che mia madre era morta. Nei giorni seguenti ho chiamato per avere informazioni ma mai nessuno si è qualificato. Ne’ un nome, ne’ una responsabilità. Fantasmi.

D: Dopo la morte di sua mamma lei cos’ha fatto?

R: Dopo la morte di Malvina devono passare cinque giorni perchè i servizi cimiteriali, sollecitati anche da pressioni esterne, mi diano attenzione. Io voglio i risultati dell’autopsia di mia mamma, sapere cos’è successo ma nella ricerca della verità, la beffa sa qual’è? Che mia madre risultava missing, dispersa, perchè all’atto di registrazione qualcuno aveva sbagliato la trascrizione del suo nome. Smarrita. Alla fine siamo riusciti a risalire al corpo, e ai suoi effetti personali, una parte.

D: Perchè solo una parte?

R: Dopo cinquanta giorni di ospedale mi restituiscono un bidone sigillato: uno spazzolino da denti, un pettine, un dentifricio, un telefonino a tasti, tre magliette, un paio di ciabatte, una felpa.

D: Cosa mancava?

R: La sua vita: il suo codice fiscale, la sua carta di identità, la sua agenda, le sue cartelle cliniche. Oltre agli oggetti di valore che lei teneva con sé, come le fedi nuziali, un filo d’oro da polso, un rosario del settecento che era appartenuto a sua nonna, un giubbotto e un paio di scarpe in feltro della Birkenstock. Gli oggetti lasciano il tempo che trovano ma il furto dei documenti, delle cartelle cliniche, dell’agenda con tutti i numeri telefonici, è di una gravità inaudita.

D: Ha fatto denuncia all’autorità giudiziaria?

R: Certo, mi è stato detto che come le discoteche e le palestre anche le case di cura e gli ospedali sono una comunità di persone e come tali sono ad alto rischio di furto. Io la denuncia l’ho fatta lo stesso.

D: Forse le è stato detto per tranquillizzarla, in effetti i furti in ospedale non sono una novità.

R: Chi ruba in discoteca, in palestra, ruba il portafogli o le scarpe firmate, non ruba cartelle cliniche e agende: anzi quando una donna viene scippata, spesso documenti e borsa vengono fatti ritrovare. Qui è sparito tutto. E ora oltre al danno la beffa di dover recuperare dagli archivi tutte le cartelle di mia madre, pagando nemmeno poco e ovvio di tasca mia.

D: Quando è morta sua mamma?

R: Il 14 maggio. L’abbiamo sepolta il 7 giugno. Un tempo ingiustificabile.

D: Ora cosa farà?

R: Raccolgo tutto il materiale che mi serve e che mi manca. Sono preoccupato per l’agenda, perché c’erano numeri di telefono, contatti, appunti…dati che vanno protetti, recuperati.

D: Ci sono associazioni che si occupano dei diritti di color oche hanno perso famigliari e amici a causa del covid. Pensa di rivolgervisi?

R: Non lo so. Per ora, come detto, raccolgo tutto il materiale che era di mamma. Ciò che di queste realtà, nate cavalcando il disastro degli scorsi mesi, mi preoccupa è spesso la poca preparazione: la materia medico-legale è così complessa che voglio davvero pensarci bene.

D: A cosa vorrebbe che servisse raccontare la sua storia e quella di Malvina?

R: Mentre si è in coda, si passa del tempo interminabile e si incontrano persone. Ho incontrato chi, come me, aveva avuto la mamma o il suocero ricoverato per altro, e poi morto. Casi dove il paziente viene registrato con un nome sbagliato, e viene perso, ho scoperto che non è stato così raro. Come il furto delle cartelle cliniche.

D: A Villa Pia ha fatto certamente presente il problema, come le hanno risposto?

R: Che tutto quella che avevano trovato me l’avevano restituito. Che non sapevano altro e che se volevo prendere decisioni in merito loro poi si sarebbero comportati di conseguenza.

D: Sa con chi ha parlato?

R: No, non lo so. In tutta questa storia non si è mai presentato nessuno. Numeri e voci senza nome, senza qualifica. Senza responsabilità. Mi viene quasi da pensare che fosse un protocollo studiato apposta per evitare quella tracciabilità delle decisioni che in questi casi sono fondamentali. Mi è mancata l’umanità, l’empatia, qualcuno che mi dicesse “ci dispiace”.

Rosanna Caraci