Alberto Avetta: qual’è il futuro di Torino?

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D: Pensate a quando arrivate in una città che non avete mai visitato prima: da cosa dipende il vostro giudizio, la vostra sensazione al primo impatto?

R: Dipende dalla sensazione di vitalità che se ne trae al primo sguardo. E’ probabile che la maggior parte di noi si sentirebbe sicura, ben accolta e piacevolmente incuriosita se scorgesse gente per strada, vie illuminate da belle vetrine, caffè invitanti e un arredo urbano curato. Al contrario serrande abbassate, incuria, poca illuminazione, strade vuote incuterebbero, nella maggior parte di noi, una spiacevole sensazione di insicurezza e desolazione. In altre parole non saremmo attratti, non saremmo invogliati a visitare, a farne una meta turistica.

E’ sufficiente questa banale riflessione per farci capire quanto il commercio produca valore aggiunto non solo in termini economici ma anche sociali e culturali. Sul commercio, in particolare su quello di vicinato, si misura la voglia di una città di sentirsi viva e di farsi percepire come tale.

D: Cosa è successo a Torino negli ultimi anni?

R: Scorrendo i dati dell’Osservatorio nazionale del commercio si rileva che nell’area torinese, la superficie complessiva di ipermercati, grandi magazzini e supermercati è più che raddoppiata tra il 2001 e il 2017. Dal 2011 al 2017 i supermercati medio-piccoli sono cresciuti del 30%. Al contempo il commercio al dettaglio ha segnato un -7%nella città metropolitana passando da 25.119 a 23.426 esercizi.

Questi numeri indicano una tendenza preoccupante perché ci dicono in modo netto che il piano si è pericolosamente inclinato verso la “desertificazione” e non sarà facile risollevarlo.
Soprattutto in un contesto – di economia globalizzata – in cui la funzione di “presidio sociale” viene sempre più affidata ai grandi (e impersonali) centri commerciali che via via cancellano i “piccoli” ma che, a loro volta, sono assediati dalla forza ormai inarrestabile dell’e-commerce di Amazon.

D: Ci sono soluzioni?

R: Secondo il World Urbanization Prospects 2018 delle Nazioni Unite, nel 2050 quasi il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle grandi aree urbane, con tutte le criticità sociali ed economiche che ciò comporta. Questo trend indica, di fatto, il superamento del modello sociale – poche grandi città che vivono in sinergia con tante città medie e tanta provincia – su cui la vecchia Europa ha fondato crescita e qualità di vita negli ultimi 70 anni. Siamo disposti ad accettarlo supinamente (tollerando la desertificazione delle aree montane e rurali ed accettando, per esempio, il venir meno di quel controllo territoriale che genera gravi conseguenze ambientali) o vogliamo sviluppare e investire in politiche che tutelino, sostengano e valorizzino un modello sociale che ci ha garantito

D: Benessere diffuso e qualità di vita uniche al mondo?

R: Per farlo servono investimenti: dobbiamo destinare risorse per garantire la distribuzione capillare della popolazione e l’equilibrio tra i diversi territori. Con politiche fiscali che promuovano la residenzialità nelle aree disagiate, che sostengano il reddito di chi ci vive e lavora, che incentivino chi intende fare impresa.
Lo stesso vale per il commercio di vicinato: il trend è chiaro. Vogliamo accettare supinamente un modello commerciale impersonale fondato sui grandi supermercati e sugli acquisti online? Oppure

D: vogliamo rivendicare e tutelare il valore aggiunto della bottega sotto casa, del conforto del fornaio e del consiglio del ferramenta?

R: Per farlo servono investimenti e principi guida. Sono necessarie risorse a sostegno ma soprattutto è fondamentale che ogni politica sia ispirata ai principi di adeguatezza e differenziazione che la Costituzione (art 118) riserva alle funzioni amministrative degli enti locali. Semplificando “il piccolo non può essere trattato come il grande” perché il piccolo non può sopportare il peso che può sopportare grande. E’ una riflessione banale, ne sono consapevole. Ma oggi, per molti aspetti è così. Il “sistema” tratta il piccolo come tratta il grande e l’effetto, ovvio, è che il piccolo sempre più spesso non ce la fa e chiude.

Se condividiamo la considerazione che una città è viva nella misura in cui è vitale il suo commercio di vicinato dobbiamo agire con risorse e politiche specifiche, adeguate e differenziate. che lo sostengano, lo tutelino, lo incentivino mettendo in risalto il valore sociale che esprime a beneficio della città e dei suoi cittadini.

Questa è una delle sfide più avvincenti per la Torino che negli ultimi 30 anni ha scelto di trasformarsi da città mono-industriale a capitale della cultura e dell’accoglienza turistica.