La “sporca guerra” contro i curdi

Dopo il dietro-front di Trump e l’immediato attacco della Turchia ai curdi, ora la situazione della “sporca guerra” al turco-siriano è cosi delineata: i territori sono sotto l’amministrazione turca, con una importante supervisione russa – sono appena cominciati i pattugliamenti congiunti tra truppe di Ankara e di Mosca -, i curdi delle milizie YPG sono stati ricacciati indietro, oltre il “cuscinetto” di sicurezza voluto da Erdogan, il “Califfo” dello Stato Islamico Al-Baghdadi si è fatto saltare in aria e il Presidente siriano Assad non si fida di Erdogan e tifa per Putin.
Ma quello che succede da anni in Siria e come viene raccontato è l’ennesima prova del fatto che, per fortuna, noi la violenza della guerra la guardiamo da lontano e rischiamo di banalizzarla e non comprenderla. Non solo in Europa ma anche nei Paesi coinvolti in questa guerra direttamente.
Senz’altro coloro che attuano la guerra la legittimano attraverso i loro scenari pubblici. La legittimazione ovviamente ha bisogno di una forte propaganda e cresce facilmente su un terreno fertile. La Turchia da questi due punti di vista è un grande laboratorio.

Legittimare la guerra

L’attuale governo di Ankara sostiene di portare avanti una causa sacra e santa: la lotta contro il terrorismo. Per comprendere meglio questa legittimazione bisognerebbe guardare alcune dinamiche politiche ma anche sociologiche dominanti all’interno della società turca. Altrimenti si rischia di cadere nella banalità della “guerra tra i Turchi e Curdi”.

Una “vera” lotta contro il terrorismo

Le formazioni armate come YPG, YPJ e SDF insieme al partito politico PYD che hanno lottato contro le barbarie dell’Isis sono anche i difensori del confederalismo democratico. Si tratta di un progetto rivoluzionario ideato in parte dal filosofo socialista libertario Murray Bookchin e elaborato da Abdullah Ocalan, leader storico del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), formazione armata definita come  “organizzazione terroristica” dalla Repubblica di Turchia e non solo. Ocalan è stato arrestato nel 1999 e rinchiuso in un carcere speciale, in isolamento, in un’isola nel Mar Marmara e condannato all’ergastolo.

E’ impossibile negare il legame tra le forze armate e politiche attive nel Nord della Siria con il PKK. La Turchia, attraverso numerosi governi, in questi ultimi 40 anni circa ha sempre portato avanti la lotta armata contro il PKK. In quest’ottica è “comprensibile” la posizione del governo di Ankara nel voler entrare in Rojava e “pulire il confine dai terroristi”.

Un’identità nazionale dominante

I conti rimasti in sospeso nei confronti di tutti quelli che non sono turchi-musulmani-sunniti ed eterosessuali, insieme alla “lotta contro il terrorismo” mescolata con la storia del “curdo separatista”, fanno sì che nella testa e nel cuore del cittadino ultra-nazionalista l’invasione del territorio siriano sia legittima.

Una società-esercitoA questo punto conta molto il ruolo del sistema scolastico ed il profilo sociologico fortemente militarista e nazionalista della società civile turca. E’ importante sottolineare che l’insegnamento della storia è fortemente ottomano-centrico e legittima tutte le guerre del vecchio impero. Contano molto l’inno nazionale che si canta ogni mattina, “il giuramento della gioventù turca al Padre fondatore della Repubblica”, le lezioni di “sicurezza nazionale”, contano persino i calciatori della nazionale turca che, in giro per l’Europa, festeggiano i loro buoni risultato facendo il saluto militare. Farina del loro sacco o sono stati obbligati?

Questo tema della società-esercito era stato messo in discussione da Hrant Dink, giornalista assassinato nel 2007, che parlava nei suoi articoli di come gli stessi cittadini armeni della Turchia siano stati sempre e solo visti come “una minaccia per la sicurezza nazionale” e della possibilità di convivenza pacifica con gli armeni, che passerebbe attraverso lo scardinamento di questi meccanismi paranoici. Questi stessi meccanismi, durante la rivolta del Parco Gezi nel 2013, erano alla base della campagna schizofrenica portata avanti dai media mainstream, secondo i quali erano le “forze straniere che avevano ideato e acceso i tafferugli”.

La spettacolarizzazione della guerra

Così diversi elementi della propaganda della guerra trovano successo nel trasmettere il loro messaggio con l’obiettivo di rafforzare il consenso popolare a favore delle politiche del governo centrale.

Un esempio di questi strumenti è ovviamente la televisione. “Milletin Duasi” è la “Preghiera della Nazione”, una canzone scritta e composta da Ibrahim Kalin, il portavoce del Presidente della Repubblica. Il video per questa canzone è stato realizzato dalla casa di produzione audiovisiva, Poll Production, in occasione dell’intervento militare in Siria nel 2018.
La canzone è stata animata da diversi cantanti molto famosi, veterani ed emergenti, di diversi generi musicali. Finora, su YouTube, circa 5 milioni di persone hanno visto questo video. Nel testo leggiamo delle frasi come: “Il popolo fa da scudo ai soldati in guerra che soccorrono gli oppressi. I soldati lottano con l’amore per la patria e rendono la vita insopportabile al nemico”.
Attraverso questo tipo di linguaggio e produzione audiovisiva si spettacolarizza la guerra e la si rende gloriosa. Forse persino piacevole, oltre che giusta.

Anche il linguaggio dei servizi televisivi in Turchia diventa di un certo tipo, durante la guerra. “I nostri gloriosi soldati sono in spedizione alla caccia dei terroristi. Le postazioni dei terroristi sono state colpite una per una. I terroristi escono dalle fogne e vengono presi dai soldati dell’esercito”.
In un servizio da tre minuti vengono aggiunti i rumori dei fucili nel sottofondo e dei carri che sparano, grandi scritte con il numero di “terroristi uccisi” vengono sovrapposte sulle immagini e l’avversario/il nemico viene definito come “traditore”. Così il popolo, nella sua casa calda, guarda a distanza, in tv, la guerra e l’uccisione del “brutto” come se fosse un videogioco.

La legittimazione e la spettacolarizzazione della guerra viene inculcata anche nelle teste degli studenti. In diverse città, in numerose scuole, gli allievi, nei cortili degli edifici scolastici fanno delle dimostrazioni a favore della guerra. Comporre la parola “Afrin”, disegnare con i corpi il “Ramoscello d’ulivo” oppure reggere delle gigantesche bandiere della Turchia. Non mancano ovviamente i canti collettivi dei brani ultranazionalisti che citano delle frasi come: “Ci siamo immersi nel sangue rosso per l’indipendenza. Abbiamo fatto capire al resto del mondo che il Turco è un soldato. Questo paese è turco e tutti si innamorano di questa nazione”.

Curdi, cento anni di di lotte e promesse mancate

E i curdi, i “deboli”, le vittime di questa situazione, di questa guerra?
Ai tradimenti i curdi sono abituati. Il ritiro degli Stati Uniti dalla Siria deciso da Trump, seguito dall’offensiva turca, è solo l’ultimo di una lunga serie. Il grande Kurdistan, sogno cullato da uno dei più grandi gruppi etnici senza uno stato, è sempre rimasto sulla carta.
Il primo tradimento è storia di quasi cento anni fa. È il 1920: il trattato di Sèvres sancisce la fine della prima guerra mondiale e dell’impero ottomano, ai curdi viene promessa la concessione di uno Stato autonomo nell’altopiano del Kurdistan.

Tre anni dopo a Losanna Regno Unito, Francia e Stati Uniti si rimangiano la parola, dando il via libera alla creazione di altri stati. Da quel comento comincia una storia costellata da delusioni cocenti e successi fugaci come la Repubblica di Mahabad, fondata nel 1946 e durata appena 11 mesi prima di essere rasa al suolo da Teheran.

Il 1972 è l’anno del primo tradimento americano. Lo Scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, chiede agli Stati Uniti di appoggiare la rivolta dei curdi in Iraq. Il presidente americano Richard Nixon e il segretario di Stato Henry Kissinger accolgono la richiesta. Gli Usa armano i ribelli per destabilizzare Baghdad, ma tre anni dopo Iran e Iraq trovano un accordo e i curdi vengono lasciati al loro destino.

Il 1978 è l’anno di nascita del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) di Abdullah Ocalan. Il nord dell’Iraq diventa l’avamposto per la  guerriglia contro Ankara: un conflitto destinato a segnare i quattro decenni successivi.

Negli anni ’80 i curdi si ritrovano ancora una volta in mezzo al conflitto tra Iran e Iraq. Saddam Hussein dà inizio al genocidio che culmina con l’attacco chimico di Halabja, dove muoiono circa 5mila persone.

La guerra del golfo nel 1991 rappresenta il secondo tradimento americano. Saddam reprime nel sangue la rivolta curda incoraggiata da Bush senior. I curdi sono costretti a rifugiarsi nelle montagne tra Turchia e Iraq. Se non altro gli Stati Uniti impongono una no-fly zone per salvarli dai bombardamenti: un accordo durato fino all’invasione americana del 2003 voluta da Bush junior.

Il resto è storia recente. Nel 2011 la guerra civile in Siria permette ai curdi siriani di formare un’amministrazione autonoma nel nord-est del Paese. Gli Stati Uniti gli danno man forte per combattere l’Isis. Un’alleanza finita con un altro tradimento.

REUTERS/Carlos Jasso

 

La violenza della guerra (a cui ormai siamo abituati)
Il ritratto della storia dei curdi aiuta a comprendere l’atteggiamento aggressivo dei turchi nei loro confronti.
L’idea di una guerra “giusta, legittima e obbligatoria” rischia di far dimenticare alle popolazioni che comunque si tratta di un’azione violenta. Anche se contro gli odiati curdi. Ma questo è un “dettaglio” che importa ben poco al governo centrale che vuole ottenere un capillare sostegno. Quindi è necessario che ci sia un’entusiasmo collettivo in tutta la nazione. Facendo così, si può tranquillamente parlare del grande piacere (?) che si prova nell’uccidere le persone.

A questo punto si ricorda un grande prodotto cinematografico, “Benny’s video” del regista Michael Haneke. Film prodotto nel 1992, fa parte di una trilogia chiamata “della glaciazione” e cerca di raccontare come ormai le guerre vengono trasmesse in diretta e le persone vengono sottoposte sistematicamente alle immagini della violenza in un modo senza precedenti. Quindi, secondo Haneke, il mondo è vicino, più che mai, alle immagini di violenza e questo fatto rischia di annullare la distanza che dovrebbe esserci tra gli individui e la violenza reale.

Secondo il sociologo francese, Jean Baudrillard, le masse che non si pongono nessuna domanda sulla violenza che comprende la guerra guardano tutto come se assistessero ad uno spettacolo. Baudrillard fa un passo più avanti e sostiene che oggi, se non ci fossero i media, non ci potrebbero essere le guerre. Perché sono i media che diffondono “lo spettacolo della violenza”, rendendo la guerra una “goduria” di massa. E’ cosi che nasce il concetto di “pornografia della guerra”. Baudrillard sostiene che oggi la guerra sia l’alimento principale dei media e delle politiche repressive dei governi.

Rimanendo fedeli a questa lettura riusciamo a comprendere meglio perché le operazioni militari in Siria, volute dal governo di Ankara, si chiamino “Ramoscello d’ulivo” e “Sorgente di pace”…

REUTERS/Vincent Kessler

Sessismo della resistenza e occidentalizzazione della lotta

Non credo che sia fuori luogo parlare dell’eventuale lavoro di spettacolarizzazione della guerra anche quando si parla dell’altra parte del confine. In questi ultimi anni l’immagine della “giovane e bella ragazza curda” ha riempito le nostre bacheche su Facebook, le copertine delle riviste e qualche volta anche il podio delle sfilate di moda. Con i suoi occhi blu, capelli pettinati e viso truccato la “resistente curda” veniva presentata quasi sempre priva di velo.

Infatti, nel 2016, le due importanti ufficiali delle Unità di Protezione delle Donne (YPJ), Jiyar Gol e Güney Yildiz hanno rilasciato un’intervista alla BBC parlando così: “Siamo rimaste deluse dalla rappresentazione sessista delle nostre compagne dai media occidentali”. Jiyar e Guney sottolineavano che facendo così i media distraevano il pubblico, allontanando l’attenzione dalle informazioni legate all’ideologia della loro lotta.

A questa riflessione va aggiunto anche il caso di Ahed Tamimi, la ragazza palestinese che diventò famosa grazie a un video del 2017 in cui aggrediva due militari israeliani dopo aver saputo che il cugino di 15 anni era stato ferito da un colpo alla testa ravvicinato durante una  protesta. Condannata a 8 mesi di carcere e diventata il “simbolo della resistenza femminile palestinese”. Tuttavia, in Palestina, a resistere alle violenze non c’è soltanto Ahed.
La storia della resistenza femminile palestinese è piena di nomi importanti, come Naila Ayesh oppure Khalila Ghazal e Nimat Al Alami. Tuttavia una ragazza bianca, con un viso attraente e senza velo, forse corrisponde meglio ai canoni di bellezza occidentali e quindi risponde alle nostre “esigenze” ed “aspettative” da una donna resistente. Se fosse così, ovviamente anche qui si sentirebbe una forte puzza di sessismo, di “omologazione” e “normalizzazione”.

Quindi, grazie ad una serie di meccanismi di propaganda in tutti questi casi di guerra, di lotta contro il terrorismo oppure di resistenza contro gli occupanti, rischiamo di staccarci dalla realtà e di essere soltanto gli spettatori della simulazione. Una simulazione priva di veri contenuti della realtà, che soddisfa le nostre necessità assetate di sangue, scontro, violenza e sessismo. Che, purtoppo, nella realtà non mancano. Anzi.