Negli ultimi giorni ho ricevuto moltissimi messaggi di amici, colleghi ed elettori che mi chiedevano una presa di posizione rispetto all’evoluzione delle vicende politiche, soprattutto alla luce dell’addio al PD di Carlo Calenda, con cui in sostanza ho condiviso idee e percorso politico negli ultimi dieci anni.

Ho preso tempo perché credo che l’importanza del momento che stiamo attraversano richieda scelte ben ponderate. Ma non posso prolungare troppo questa riflessione. E’ giusto che chi, come me, ha un ruolo pubblico ottenuto grazie alla fiducia e al sostegno di migliaia di elettori, espliciti e renda conto a queste persone delle proprie opinioni, riflessioni e scelte. Quindi eccomi qua.
Avevo già espresso, nelle settimane scorse, contrarietà verso un accordo di governo con il Movimento Cinque Stelle che ritenevo sbagliato e controproducente. Non avevo e non ho la certezza di aver ragione, la politica mi ha insegnato che tutto è possibile, ma non ho cambiato idea. Non solo e non tanto per una questione di coerenza personale quanto per una preoccupazione di tipo strettamente politico.

Avendo osservato nel tempo il tipo di politiche promosse e supportate dal Movimento Cinque Stelle, oltre al loro modo di fare politica, spesso infantile, ricattatorio, impermeabile alle più semplici regole della democrazia rappresentativa e alle sue istituzioni (che stiamo vedendo anche in questa delicata fase), faccio fatica ad immaginare che da questo accordo possa nascere un Governo forte, duraturo, che addirittura possa durare fino al 2023 in modo da poter togliere dalle grinfie sovraniste l’elezione del capo dello Stato come alcuni auspicano. Temo invece che si rivelerà un governo fragile, che logorerà il partito democratico indebolendone il consenso e che darà modo ai sovranisti di riorganizzarsi e rafforzarsi per le prossime elezioni.

I primi e più forti sostenitori dell’accordo sono stati mossi dall’urgenza di disarcionare Salvini dal Viminale, pensando così di togliergli peso alle prossime elezioni. Certamente Salvini è indebolito. Aver messo in crisi il suo stesso governo per poi cercare di rimetterlo assieme in modo goffo e patetico gli ha tolto, al momento, credibilità e consenso. Ma anche se oggi la Lega e Fratelli d’Italia insieme sono sotto al fatidico 40% (cosa che dovrebbe darci coraggio e non impaurirci), è possibile che tra pochi mesi, di fronte ad un governo disomogeneo e fragile, riprendano forza. Non solo: indebolire Salvini non significa indebolire le ragioni che lo hanno portato ad avere così tanto consenso. Non è detto che non prendano fiato altre forme di populismo anti-democratico. La storia ci insegna che allearsi con i populisti di ieri per combattere i populisti di oggi non impedisce la creazione di nuovi populismi domani, spesso peggiori dei precedenti.

Nel 2011, di fronte alle dimissioni di Berlusconi, il PD accettò di sostenere un governo tecnico piuttosto che andare a votare sia per l’emergenza del momento, ma anche per poter subito archiviare il populismo berlusconiano e non rischiare di ridargli fiato con elezioni subito (io stessa all’epoca avevo molto sostenuto quella scelta). Due anni dopo non solo il PD crollò dal 33% al 25% e Berlusconi non sparì dalla scena, ma nel frattempo un nuovo populismo, contrario alla democrazia rappresentativa e all’Europa, si affermò con prepotenza: il Movimento Cinque Stelle.

Si decise dunque di fare un accordo con Berlusconi stesso per fare un governo “moderato” ed europeista che desse il tempo di far “sgonfiare” i nuovi populisti che avevano raggiunto il 25%, il 29% se si aggiunge anche la Lega. Bene: alle elezioni del 2018 i “nuovi populisti” assieme hanno superato il 50%, mentre il PD è sprofondato al 18% (con Forza Italia al 14% e gli altri partiti di centro destra quasi scomparsi).

Questi dati mi convincono di due cose. Primo: certe tattiche possono darci sollievo nell’immediato rimandando il problema, ma non lo risolvono, anzi. Secondo: il ragionamento di alcuni, secondo cui “non è importante il consenso del PD, ma salvare il Paese dal pericolo sovranista” è un ragionamento che non sta in piedi perché le due cose sono collegate. Per salvare il Paese dal populismo e dal sovranismo è importante che ci sia un partito democratico forte, che recupera il contatto con la gente, che ritrova una sua ragion d’essere non solo nello stare al governo ma nella lotta politica e nella sua capacità di elaborare una proposta alternativa convincente. Quando le forze politiche democratiche ed europeiste si indeboliscono, accettando dei compromessi di breve termine anche con le migliori intenzioni, si crea un’autostrada per i sentimenti populisti e anti-democratici, che troveranno comunque i loro “veicoli”, che si chiamino Beppe Grillo, Luigi di Maio, Matteo Salvini o altri.

Credo che abbia molta ragione Carlo Calenda quando dice che finchè il PD non ritrova la forza ed il coraggio di misurarsi con le radici del consenso sovranista e di lottare per sconfiggere queste forze sul piano politico e delle dinamiche democratiche, incluso le elezioni, non andremo molto lontano. E mi dispiace che le sue argomentazioni siano state subito attaccate da una fetta del partito, derubricate a “polemica inutile” e non inserite in un dibattito interno più articolato e ragionato.

Tuttavia, proprio perché sono convinta che serva un Partito Democratico forte, ho deciso, dopo lunga e sofferta riflessione, di non seguire la scelta di Carlo e restare nel PD. E lo farò a prescindere dall’esito del processo di formazione del governo che stiamo seguendo in queste ore.

Lo faccio consapevole delle difficoltà che dovrò affrontare nel misurarmi con un partito ancora influenzato da dinamiche interne spesso conflittuali, da procedure decisionali collettive indebolite dai protagonismi di alcuni leader, e in cui è assai difficile muovere qualsiasi passo senza la copertura di “padrini” più o meno nobili (un po’ come accade, in fondo, in tutti i partiti).

Ma lo faccio perché non voglio lasciare nulla di intentato: voglio insistere perché il Partito Democratico diventi il partito che avevo in mente quando accettai l’invito di Walter Veltroni a far parte dell’Assemblea Costituente, del primo Coordinamento Nazionale e della prima Direzione Nazionale. All’epoca rinunciai presto ai quei sogni. Delusa e scoraggiata dalle difficoltà riscontrate nel realizzare quel progetto, da conflitti interni e dal correntismo, lasciai il partito tornando alle mie attività accademiche, cimentandomi poi con altri percorsi in cui provare a realizzare le mie idee politiche. Ma negli anni successivi mi è capitato di mettere in dubbio quella scelta. Per questo nel 2015 sono “tornata” e per questo oggi resisto: per continuare a portare all’interno del PD una voce liberale e democratica, svincolata da obblighi di corrente ma disposta a lavorare con chiunque nel partito condivida gli obiettivi di un’Italia più moderna, più competitiva e più giusta. Lo faccio per continuare a rappresentare, anche nel PD e non solo a Bruxelles, tanti elettori che in questi anni mi hanno seguita, sostenuta in campagna elettorale e che in questi giorni mi hanno inondata di messaggi per chiedermi di restare e lavorare con loro per rafforzare il partito democratico.

E infine lo faccio anche perché ho apprezzato lo sforzo del segretario Zingaretti di allargare la base elettorale del partito, iniziato già prima delle elezioni europee con la decisione di aprire il partito democratico a voci diverse e sensibilità diverse, incluso la mia, cercando di preservare l’unità del partito concentrandosi sugli obiettivi comuni anziché sulle cose che ci dividono.

Questo è lo spirito con cui resto. Non posso promettere a nessuno fedeltà cieca o un “allineamento” di ogni mia idea a quella prevalente nel partito, perché ho sempre espresso liberamente le mie idee e continuerò a farlo, ma vi garantisco che lo farò in modo trasparente, corretto e leale. Sono convinta che l’unità non si costruisce silenziando i dissensi, ma lavorando insieme per trovare convergenze.

Per questa stessa correttezza vi anticipo che, pur non seguendo Carlo Calenda, continuerò a collaborare con lui, e non solo a Bruxelles, sul fronte dell’elaborazione di idee, del confronto sui contenuti, attraverso iniziative comuni su temi fondamentali per il nostro Paese che mobilitino energie della società civile, dell’associazionismo, del mondo del lavoro e delle imprese.

Lo farò perché credo fermamente che il rafforzamento del PD passi attraverso questo genere di apertura e per contribuire a portare dentro al PD idee e riflessioni che esulano dai nostri tradizionali luoghi di decisione. Solo così potremo rendere il PD un soggetto politico in cui persone con diversa provenienza e “sensibilità” possano riconoscersi, decidere di aderirvi o quantomeno di aprire un dialogo e collaborazioni preziose in vista delle prossime sfide politiche ed elettorali.

Spero quindi che potremo continuare a lavorare tutti insieme per realizzare questo progetto.

Irene Tinagli

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