Mustafa Sabbagh è a Torino con due mostre personali grazie alla galleria Davide Paludetto.
Nato ad Amman (Giordania), si forma a Londra come assistente di Richard Avedon. Successivamente collabora con la prestigiosa Central Saint Martin e pubblica diversi lavori per testate tra le quali Arena, The Face, Vogue Italia e
l’Uomo Vogue.
Nel 2013, nella serie Fotografi di Sky Arte HD, è stato definito uno degli “otto artisti più significativi del panorama nazionale contemporaneo”. Secondo il curatore e storico dell’arte Peter Weiermair, Sabbagh è “uno dei cento fotografi più influenti al mondo”, e l’unico italiano fra i quaranta ritrattisti di nudo più importanti su scala internazionale. Le sue opere sono state esposte in gallerie e musei italiani e stranieri.
A The Phair 19 espone il progetto Handle with care: 30 giovani uomini eretti davanti al mare sulla costa adriatica, indossano pantaloni troppo grandi ma tutti dello stesso colore; diventano il campione mercificato di un’umanità minore come se fossero esposti su uno scaffale di un supermercato, corredati di una didascalia che ne illustra le caratteristiche.
Nella galleria di via Artisti 10 presenta invece MKUltra. La mostra collocata in uno spazio chiamato project room è una composizione di tre espressioni dell’anima di Mustafa: tre grandi fotografie dal progetto Onore al Nero (2015) dialogano con un video inedito, Rave Party (2019), e con le sculture di Candido (2016).
D: Hai scritto “la bellezza ferisce”. Cosa è per te la bellezza?
R: “La bellezza è tutto ciò che ci mette a disagio, quindi ci fa sentire completamente nudi. La bellezza è quello che portava Pasolini ad andare alla ricerca di una certa verità. E’ quello che faceva sì che Jean Genet finisse in carcere perché aveva bisogno di sentire una sensazione. La bellezza è qualcosa che va oltre al dogma dell’estetica. E’ un sentimento ed è per quello che ferisce.
Ogni sentimento ferisce.
D: Sei considerato uno dei più influenti fotografi di nudo al mondo: in che modo rendi un corpo emozionale?
R: Io vengo dalla moda e poi a un certo punto ho fatto una riflessione: qual è l’abito più bello che sia mai stato disegnato ? La pelle. La pelle è in tutte le culture, in tutte le sue sfumature, con il suo degrado ; è sempre l’abito più onesto che abbiamo e per quello che io credo che cogliendo la verità di ogni corpo riesco a cogliere una sua sensualità. Non la sessualità ma la sensualità. L’atto più erotico che ci possa essere tra due persone è il vedersi, accettare il difetto dell’altro e saper vedere il sottoepidermide, la vena con il suo sangue bluastro che è segno e simbolo di vita.
D: Hai realizzato un progetto, Love Story, in cui una coppia di uomini, in maniera semplice e sensuale, si seduce. Che riscontro hai avuto con questo progetto così dirompente?
R: E’ un vecchio progetto in cui, io che sono di padre palestinese e madre italiana, ho voluto dire ad un’Italia molto bigotta, piena di moralismo, e non di morale… (perché la morale è una bellissima cosa, è il moralismo che distrugge), che è ora di cominciare ad accettare che il contatto fisico, al di là del genere, è la cosa più naturale che ci possa essere; ho voluto prendere una posizione anche sociale, perché in Italia ci si può sposare ma per offendere una persona gli si può dire ancora “frocio”, e la trovo una cosa molto irritante.
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