Lido di Venezia – C’è un momento preciso, a metà della seconda settimana della Mostra, in cui scelgo di allontanarmi dalle luci della passerella ufficiale. Quando il red carpet diventa un rito fin troppo geometrico, preferisco cercare il cinema dove si fa pensiero, dove si sporca le mani. Oggi, mentre la laguna riflette quella luce di fine estate che solo Venezia sa regalare – densa, quasi liquida –, ho spento il telefono e mi sono rifugiato nella zona dell’Arena. È qui, tra i ragazzi e gli appassionati della Match Point Arena, che si è concentrato il vero cuore pulsante del festival, grazie a un ciclo straordinario di masterclass.
In questo spazio vivo, il cinema si spoglia del suo glamour per farsi pura trasmissione di bottega.

Vedere i grandi maestri confessarsi a cuore aperto, proprio lì sul palco dell’Arena, restituisce il senso profondo del nostro mestiere. Mi è rimasto dentro lo sguardo magnetico di George Clooney, arrivato a ritirare il Leone d’Oro alla carriera: sentirlo parlare di quasi cinquant’anni di set, con quell’umiltà tipica dei giganti, mi ha ricordato come il suo legame con questo pezzo di terra sia il filo rosso di una vita intera spesa tra l’impegno civile e la macchina da presa.

Sempre all’Arena, ho assistito a una vera e propria lezione di poesia visiva: Chloé Zhao e il direttore della fotografia Łukasz Żal che dialogavano sulla Luce e sullo Spazio, svelando i segreti dell’artigianato dietro il loro ultimo set.
E poi ancora…l’incanto puro con Luca Guadagnino. Ascoltarlo in quell’arena all’aperto mentre raccontava il suo cinema sinestetico, dedicando parole d’amore e di profonda nostalgia a Bernardo Bertolucci, è stato un momento di una commozione rara.
Luca Guadagnino a Venezia.
Luca Guadagnino a Venezia.

Tra le lezioni di regia pura di Luc Besson e la presenza monumentale, quasi sacra, di Ellen Burstyn, ho ritrovato il motivo per cui, ogni anno, sento il bisogno di tornare qui: cercare la dignità del volto umano sullo schermo attraverso la voce di chi il cinema lo fa davvero.

 

Ma la verità è che il battito del festival, nelle ultime ore, ha accelerato per qualcosa che non si può spiegare solo con la tecnica. Quando Penélope Cruz è apparsa sul lungomare, stringendo la mano a Javier Bardem, il tempo intorno a noi si è letteralmente fermato.
L’ho osservata da vicino. Con un inedito e impeccabile caschetto alla parigina che ha ridefinito l’eleganza di queste giornate, Penélope ha portato in concorso Bunker, il dramma psicologico di Florian Zeller. Guardandola, ho pensato a come questa donna straordinaria riesca a bruciare lo schermo ogni volta che appare: il tempo per lei sembra non passare mai e, nonostante gli anni che avanzano, Penélope dimostra di essere sempre una grandissima star, una diva d’altri tempi che non ha perso un briciolo del suo magnetismo.
La locandina di "Bunker".
La locandina di “Bunker”.
Mentre in sala già si rincorrono le prime, meritate voci per la Coppa Volpi, io ho visto in lei quella dote rarissima che da sempre inseguiamo tra le pagine di “Orlando”: la capacità di incarnare i dilemmi più laceranti e i segreti dell’anima mantenendo una grazia assoluta. La sua prova in questo film, in una tensione costante e magnetica con Bardem e Paul Dano, dimostra che il grande cinema ha bisogno solo di sguardi capaci di contenere abissi.
Venezia ci sta regalando questo: la grammatica del cinema spiegata dai suoi artigiani nell’intimità dell’Arena e l’incontaminata magia che solo le grandi icone sanno proiettare nel buio.
E io, dal mio tavolino, continuo a scrivere per non dimenticarlo.

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