Prima ha inveito e offeso l’Europa, ora chiede il suo aiuto nella guerra da lui scatenata contro l’Iran e che ha proclamato già vinta.
Il “NO” dei 27, riuniti nel Consiglio degli Esteri, all’invio di forze navali nello Stretto di Hormuz, per la riapertura delle rotte commerciali, come supporto alla guerra voluta da Trump, rappresenta un passo falso per il tycoon e per le sue bombe presentate come un videogioco.
Bombardamenti che continuano, ma che incontrano le critiche anche della Santa Sede. Bombardamenti che non trovano consenso nemmeno nella maggioranza degli americani che hanno ancora il ricordo delle conseguenze di certe missioni, per le successive derive terroristiche e belliciste.
“L’Europa non intende partecipare ad una guerra che non ha mai voluto”, ha dichiarato l’alto rappresentante Ue, l’ex premier estone Kaja Kallas, che vede nella diplomazia l’unica soluzione possibile per fermare l’escalation bellica, coinvolgendo i paesi del Golfo e dell’area (Giordania, Egitto..) in una trattativa per la riapertura di corridoi sicuri di navigazione, riprendendo anche quel modello utilizzato per l’export di grano ucraino sul Mar Nero. Questo, dunque, rifiutando anche un eventuale estensione della missione europea “Aspides“, attiva nel Mar Rosso per respingere gli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi contro il traffico mercantile.

Una navigazione oggi interrotta, con alcune eccezioni che riguardano le navi cinesi e ora quelle del Pakistan, definito paese solidale con gli ayatollah. Ricordiamo che dallo Stretto di Hormuz transita un quinto del petrolio mondiale e una quota importante dei commerci globali.
E’ certamente positivo che questa presa di posizione abbia ricompattato i 27 Stati membri, più quel Regno Unito storicamente presente nelle missioni USA. Un approccio che riprende in qualche modo quell’iniziativa dei paesi volenterosi, che ha contrastato le mire di Trump sulla Groenlandia. Segno che l’Europa, quando opera unita, con la sua diplomazia e il suo peso politico, economico e valoriale, può avere un ruolo fondamentale, a dispetto di tanti gufi che, da est e da ovest, ne decantano, evidentemente interessati, un ineluttabile declino.
Una realtà di cui c’è sempre più bisogno, in un mondo in cui da tempo dominano affaristi e tycoon senza scrupoli, autocrati, fondamentalisti religiosi e figure discutibili come Milei in Argentina. Tutti protagonisti di quel comitato d’affari, organismo privatistico presieduto da Trump, detto “Board of Peace”.
In questo discorso di non intervento si ritrovano anche Giappone e Australia, mentre un ruolo importante di supporto alla mediazione potrebbe avere l’India, paese che vanta ottimi rapporti con Teheran.
Si parla molto del petrolio che passa per lo Stretto di Hormuz, ora quasi bloccato. ma – per quella rotta – si registra un importante passaggio di mercantili con carichi di fertilizzanti, alluminio e containers. P
Potrebbero sussistere margini per una trattativa, oltre alla pioggia di bombe di Trump e Netanyahu.
Bombe che stanno infliggendo seri colpi all’apparato di governo di Teheran, senza però ancora riuscire a fermare il lancio di missili verso i paesi del Golfo e rilanciare l’idea di una quanto mai auspicabil, svolta politica nel paese degli ayatollah.
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