TORINO – James Franco è tornato. Non solo sul grande schermo, ma anche davanti ai giornalisti, con la faccia aperta e la voce rotta.
Al Torino Film Festival ha presentato “127 Ore”, il film che nel 2010 lo aveva portato a un passo dall’Oscar. Ma oggi, quella storia di sopravvivenza sembra quasi un riflesso della sua stessa vita._
Al Torino Film Festival ha presentato “127 Ore”, il film che nel 2010 lo aveva portato a un passo dall’Oscar. Ma oggi, quella storia di sopravvivenza sembra quasi un riflesso della sua stessa vita._
“Girare quel film è stato come restare bloccato in un canyon, da solo, a fare i conti con me stesso. E oggi, rivederlo qui, in questa città che ama il cinema, mi fa un certo effetto”.
La sala era piena. Ma il vero film è iniziato dopo, quando Franco ha preso il microfono e ha parlato. Non solo del film, ma di sé. Delle accuse, del silenzio, della caduta. “Ho fatto errori. Ho ferito persone. Ma ho imparato. Ho studiato, ho chiesto aiuto, ho ascoltato. Non sono più quello di prima”.
Non c’era difesa, né giustificazione. Solo un uomo che prova a ricominciare. E che, nel frattempo, continua a credere nel potere del cinema. “Per me il set è ancora un luogo sacro. È lì che provo a capire chi sono”.
E poi, un sorriso: “L’Italia è sempre stata casa. Torino ha un’anima che ti entra dentro. Se potessi, girerei qui il mio prossimo film”.
James Franco non ha solo presentato un film. Ha messo in scena se stesso. E per un attimo, il Festival si è trasformato in qualcosa di più: un luogo dove anche le crepe possono diventare luce._
E io, seduto in fondo alla sala, ho pensato che forse è proprio questo il senso del cinema: non solo raccontare storie, ma avere il coraggio di raccontarsi. Anche quando fa male. Soprattutto quando fa male.

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