Avevano detto che i diritti non sarebbero stati toccati. Avevano promesso che la legge 194 non sarebbe stata messa in discussione. E invece, passo dopo passo, il governo Meloni sta smontando, nei fatti, ciò che le donne hanno conquistato con decenni di lotte.

Vi ricordate quando a maggio la Sicilia si era finalmente decisa a sancire una sacrosanta legge per obbligare gli ospedali pubblici ad assumere personale non obiettore al fine di garantire finalmente l’accesso reale all’aborto? Non un privilegio, non un capriccio, ma un diritto sancito da oltre quarant’anni. Eppure, sapete cosa si sono inventati a Palazzo Chigi andando addirittura contro la giunta regionale del loro stesso schieramento? Hanno deciso di impugnare quella legge davanti alla Corte Costituzionale, su proposta dei ministri Orazio Schillaci ed Eugenia Roccella, la stessa che i movimenti pro vita hanno imposto in Parlamento come paladina delle loro battaglie oscurantiste.
La motivazione è tanto vergognosa quanto grottesca: secondo l’esecutivo, bandire concorsi riservati a chi è disposto a rispettare la legge violerebbe i diritti degli obiettori! Così, nell’Isola – dove oltre l’80% dei ginecologi rifiuta di praticare aborti e in molte strutture la percentuale arriva al 100% – il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza continua a restare una chimera. Donne ridotte a peregrinare da un ospedale all’altro, a varcare province intere, a supplicare medici, a vivere sulla propria pelle l’umiliazione di una legge svuotata che le costringe, in casi estremi, a prendere addirittura un aereo per avere una semplice pillola.

Il paradosso politico è sotto gli occhi di tutti: questa maggioranza che ha fatto dell’autonomia differenziata il proprio cavallo di battaglia, oggi calpesta senza esitazione la scelta di civiltà della Sicilia. Evidentemente l’autonomia va bene solo quando serve a imporre le proprie crociate ideologiche, non quando una Regione prova a garantire un servizio pubblico essenziale.
Ma la verità è che l’obiettivo non è difendere un diritto: è limitarlo, renderlo impraticabile, svuotarlo dall’interno. Perché questa è la strategia di Fratelli d’Italia e alleati: non toccare la 194 formalmente, ma renderla inapplicabile nei fatti. Tutelare la coscienza di chi rifiuta di curare e calpestare la coscienza e la libertà di chi chiede assistenza.

E non è un caso che lo stesso governo, il mese scorso, abbia affossato un emendamento preziosissimo che destinava sei milioni di euro l’anno, per tre anni, alla prevenzione del carcinoma mammario, la prima causa di morte oncologica per le donne. Prima l’hanno sbandierato come un trionfo, poi hanno fatto retromarcia asserendo di non avere risorse. Le stesse risorse che, tuttavia, trovano senza problemi quando si tratta di finanziare un piano di riarmo da 30 miliardi.

Questa è la misura della barbarie politica che stiamo vivendo: i diritti delle donne non contano, la loro salute non è una priorità, la loro libertà può essere sacrificata per accontentare le lobby amiche delle armi e quelle cattoliche integraliste che hanno foraggiato l’ascesa di Giorgia Meloni.
È una guerra, quotidiana e silenziosa, che l’esecutivo combatte contro la dignità femminile. Una guerra che non si fa con proclami, ma con atti concreti, con ostacoli, con negazioni. Una guerra che toglie tutele e trasforma i diritti in concessioni da chiedere in ginocchio. E davanti a questa guerra, indignarsi non basta più.

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