Con un gesto tanto arrogante quanto sconcertante, il governo Meloni ha impugnato la legge della regione Toscana sul salario minimo, la numero 30 del 18 giugno 2025, che ha introdotto nelle gare regionali ad alta intensità di manodopera basate sul criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, un criterio premiale per le aziende che applicano uno stipendio orario non inferiore a 9 euro lordi.

Un provvedimento di civiltà, ispirato al buon senso e alla giustizia sociale, trasformato dal governo in un pretesto di scontro istituzionale, con la motivazione sconcertante che “talune disposizioni” sarebbero in contrasto con la normativa statale sulla tutela della concorrenza. Ma concorrenza rispetto a cosa? Alla povertà? Allo sfruttamento? Alla precarietà? Se per Meloni e i suoi ministri la concorrenza si gioca sulla pelle dei lavoratori, la Regione Toscana ha fatto benissimo a varare una legge che premia le aziende etiche, che non umiliano i propri dipendenti con stipendi da fame, che non confondono un contratto con una catena. Un salario di almeno 9 euro lordi all’ora non è un privilegio, è il minimo sindacale per non chiamare il lavoro con un altro nome: schiavitù legalizzata.

Questa è l’ennesima conferma di una destra che odia i poveri, che teme ogni forma di avanzamento sociale, ogni segnale di giustizia redistributiva. Dopo aver affossato ogni tentativo di introdurre il salario minimo in Parlamento proposto da Pd e 5stelle, ora arriva anche a sabotare chi cerca di colmare a livello locale le vergognose lacune lasciate dallo Stato centrale.

Perché questa impugnazione non è solo un attacco al salario minimo, è un attacco frontale al dissenso, a chi si oppone al regime, a tutte quelle realtà che hanno il coraggio di fare politica sul serio, nel segno della civiltà, dell’inclusione e della dignità. In particolar modo la Toscana è diventata una vera e propria ossessione per Meloni e i suoi. Già a maggio il governo aveva impugnato la legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, prima normativa in Italia ad attuare concretamente una sentenza della Corte costituzionale e a dare risposta a chi soffre, a chi chiede libertà e autodeterminazione nel momento più buio della propria vita. Anche allora, lo Stato centrale si è scagliato contro un’iniziativa che rompeva l’immobilismo, che affrontava con coraggio e responsabilità un tema che la maggioranza evita come tutti quelli scomodi: lavoro, diritti civili, ambiente, sanità pubblica, ecc…

La cosa inaudita, come già detto, è che per giustificare questa ignobile impugnazione, il governo osa tirare in ballo la Costituzione, l’articolo 117, con cui rivendica la competenza esclusiva dello Stato in materia di tutela della concorrenza. Una scelta oltre ogni spudoratezza, perché quella stessa Costituzione, all’articolo 1, fonda la Repubblica sul lavoro. E all’articolo 36 afferma con chiarezza che “il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Chi viola quindi davvero la Costituzione? Chi la usa come scudo per proteggere i privilegi e lo sfruttamento, o chi cerca di garantirne i principi più alti?
Lo dicano in faccia, Meloni e i suoi, a quei milioni di italiani che non riescono ad arrivare a fine mese, che vivono con stipendi miseri, contratti a chiamata, turni massacranti e zero diritti. Lo dicano a chi lavora in nero, a chi si spacca la schiena per 5 euro all’ora nell’agricoltura, nella logistica, nei servizi. Lo dicano alle famiglie monoreddito, alle donne precarie, ai giovani senza tutele, che la loro dignità deve sottomettersi alla “tutela della concorrenza”.
Abbiano il coraggio di guardare negli occhi chi lavora per 600 euro al mese, e spiegargli che difendere la “concorrenza” è più importante che difendere la dignità.

Noi stiamo con chi ha il coraggio di disobbedire a questo cinismo travestito da legge. Stiamo con la Regione Toscana, con il presidente Eugenio Giani, con chi osa ancora parlare di giustizia sociale, di uguaglianza, di Costituzione vera. Con chi fa politica per i lavoratori, non per chi li sfrutta. Con chi crede che i diritti non siano un ostacolo allo sviluppo, ma la sua unica base legittima. Perché un Paese che ha paura del salario minimo è un Paese che ha paura della dignità. E allora è tempo di alzare la voce. E di scegliere da che parte stare.

“Se la concorrenza la si deve fare sulla pelle dei lavoratori, siamo ben felici di aver promosso e approvato una legge che secondo il Governo viola le regole vigenti”, ha commentato il capogruppo dem in Consiglio regionale, Vincenzo Ceccarelli. “Premiare le aziende che partecipano ad appalti pubblici regionali, se garantiscono ai propri operai un salario minimo non inferiore a 9 euro – aggiunge – è un modo per spingere le aziende a competere liberamente, come prevedono le regole della libera concorrenza, ma partendo dal principio che la salute dei lavoratori e la qualità del lavoro non possono essere messi in discussione mai, soprattutto quando ci si propone come fornitori della Pubblica amministrazione, nella realizzazione di opere pubbliche. Non credo che la Costituzione possa essere richiamata per cassare una norma di civiltà che attua il principio fondamentale della nostra Carta costituzionale, ovvero che la Repubblica è fondata sul lavoro e noi aggiungiamo, su un lavoro che sia dignitoso e sicuro. E quando si abbassano troppo i salari, il lavoro diventa inumano e pericoloso. Questa è l’ulteriore dimostrazione che la destra che ci governa fa la faccia dura per difendere gli interessi dei potenti, ma scappa quando c’è da difendere i più deboli. Mi auguro che la Corte Costituzionale, quando sarà chiamata a dirimere questo contrasto, saprà leggere nel giusto modo la ratio di questa norma».

Secco il commento della segretaria del Pd Elly Schlein: «Ancora una volta il Governo Meloni dimostra di avere paura del Salario Minimo. Tant’è che impugna la legge regionale della Toscana presso la Consulta pur di far scomparire dal dibattito pubblico questa legge di civiltà. È scandaloso considerato che le famiglie non riescono ad arrivare alla fine del mese per le bollette alte e gli stipendi bassi. Stiano tranquilli, non solo continueremo a batterci perché in Parlamento torni la legge di iniziativa popolare su cui abbiamo raccolto oltre centomila firme, ma il salario minimo sarà centrale in tutti i programmi elettorali nelle regioni in cui andremo al voto. Non ci fermeranno con questi trucchetti».

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