Basta una sua parola e le borse mondiali salgono e scendono. Il bello è che certi appelli presidenziali “E’ un grande momento per comprare” avvengano a borse appena aperte a Wall Street. Ovviamente ci guadagnano le Trump corporations e tutti coloro che stamattina hanno mandato in tilt i terminali, con diversi titoli sospesi per eccesso di domanda. Questo avviene in contemporanea con messaggi rassicuranti con cui l’amministrazione Trump intende tranquillizzare, dopo l’onda di pesanti ribassi per i proclami sui dazi, con quella frase spesso presente nei film americani: “andrà tutto bene”.
Oltre guadagni, quotazioni, minacce, reazioni e parole forti è il sasso lanciato da Trump ad aver dato una scossa a consolidati equilibri sul piano economico finanziario. Una turbativa che rende quanto mai incerto il futuro mentre negli Usa mente continuano le proteste di lavoratori e ceti popolari toccati dai tagli sul sociale e dagli effetti di svolte iper conservatrici.
Dazi sospesi per 90 giorni
L’ennesimo coup de theatre di livello mondiale, con il passo indietro sui dazi, ridotti al 10% per 90 giorni, tranne che alla Cina (125%), ha fatto volare all’insù le borse, con rimbalzi esplosivi nel settore bancario finanziario e delle Big Tech. Questo dopo il riscontro di disponibilità di 75 paesi per negoziare sul fronte commerciale, quelli che Trump ha dichiarato come soggetti pronti a “baciargli il c..”, verso i quali sarebbe pronto a fare accordi (alle sue condizioni), dichiarandosi “il migliore” nel trattare.
E’ da sottolineare come i rimbalzi di queste ore non abbiano compensato il livello toccato nel drammatico tonfo che ha affossato i listini di mezzo mondo. Un dato che ha creato preoccupazione anche per quei fondi (pensione) a cui è legato anche il welfare di milioni di americani.
In ogni caso il rialzo è stato di breve durata, segno evidente delle criticità che permangono sugli sviluppi del quadro finanziario internazionale, dove, alle prospettive di accordi si affiancano possibili reazioni come quelle cinesi sui titoli del debito americano sottoscritto da Pechino, mentre dall’Europa si ipotizza un eventuale tassazione delle Big tech. Un ‘Europa, accusata di essere parassita che ha reagito preannunciando una serie di contro dazi verso i prodotti statunitensi, rimasti poi in stand by.
Tutto questo mentre la quotazione del dollaro continua a scendere.
Insomma la guerra commerciale e la recessione resta una drammatica ipotesi che tutti, a parole, intendono scongiurare.
La Cina rilancia la cooperazione con l’Europa
Le reazioni più importanti arrivano da Pechino che ha annunciato l’imposizione di contro dazi sul made in Usa fino all’84%, subito elevati a quota 125. In questo quadro la Cina ha rilanciato la volontà di cooperazione con l’Europa, in risposta alle gabelle americane definite “prepotenze unilaterali che violano le norme economiche”, per le quali è ricorsa al WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio).
Nel resto dell’Oriente,dove tutte le borse (a partire dal Nikkei a Tokyo) registrano pesanti cali, ci si lamenta ma si resta in attesa. Emergono comunque posizioni alquanto differenziate: Mentre le vere rappresaglie arrivano dalla Cina, il Giappone (grande sottoscrittore di titoli americani) resta cauto, mentre il Vietnam ha cancellato ogni iniziativa contro i dazi americani.
In ogni caso la voce grossa di Trump con la Cina, lascia aperta la via della trattativa. Due economie, due mondi, quanto mai correlati, con filosofie e approcci molto distanti. In ogni caso chiedersi se questi appelli e comportamenti siano “normali” e non influenzino il mercato pare una domanda superflua.
Guadagni certi per pochi ma alti rischi sul futuro
Certo queste altalene, (probabili anche altre in arrivo) originate da proclami e improvvisi dietrofront, sono una grande opportunità per ottenere in poche ore sicuri e ingenti guadagni per grandi operatori finanziari, a cominciare da quelli vicini o espressione degli ambienti presidenziali. Tendenze al rialzo o al ribasso che i moderni meccanismi borsistici e i programmi telematici ampliano a dismisura in un senso o nell’altro. Un discorso che interessa una percentuale minoritaria di americani, mentre la stragrande maggioranza non riesce a usufruire dei frutti e dei rischi di questa “finanza volante” che tanto piace a un estimatore di bitcoin e criptovalute come Donald Trump.

Il presidente piazzista, affarista, anche quando si parla di situazioni drammatiche come a Gaza o Kiev, che per il suo linguaggio e i suoi modi fa rimpiangere le espressioni da carrettiere del presidente Nixon, è certamente un re del business e della trattativa “alle sue condizioni”. Il promotore di una nuova globalizzazione in cui sta emergendo un quadro preoccupante in cui prevale il business sui diritti civili, le autocrazie sui sistemi democratici e l’egoismo nazionalistico. Un sistema che aspira a smontare l’Europa come soggetto politico che, in ogni caso, sta incontrando crescente opposizione a partire proprio dai ceti popolari statunitensi.
I toni arroganti, quasi da gangster, non intaccano minimamente il servilismo di certe destre europee e in Italia quelle di una Lega che arriva a dipingere Trump quasi come un illuminato benefattore, i cui eccessi sono solo folklore, descrivendo i dazi come un fattore positivo per l’economia di uno Stato, nonostante i tagli sul sociale. Questo accettando in modo acritico qualsiasi decisione del tycoon, ripudiando quella globalizzazione che è figlia proprio del mondo Usa.
L’incognita del debito Usa
E’ da sottolineare come l’ingente debito americano, per un quarto sottoscritto da investitori esteri, veda tra questi, oltre agli europei, proprio quei cinesi che, diventati una sorta di fabbrica del mondo a basso costo, impegna parte dei propri enormi avanzi commerciali nel sottoscrivere titoli del debito Usa. Su questo terreno un indicatore quanto mai preoccupante è dato dal picco dei rendimenti dei T-bond americani, salito al 5%. Un segnale quanto mai critico, su prospettive e fiducia internazionale, per rischi recessione e per gli sviluppi di uno scontro commerciale con Pechino, legati alla svolta trumpiana.
In questo quadro la bistrattata Europa continua ad avere un ruolo importante proprio in quanto potenza economica e sociale, con un elevata quota di risparmio e di disponibilità finanziarie, anche per la quota di debito americano sottoscritta. Il vecchio continente ha inoltre l’arma della possibile tassazione dei colossi delle piattaforme digitali che sono americane.
Certo si è di fronte a un cambio epocale di equilibri, che sussistevano da decenni con la vecchia globalizzazione, dagli sviluppi quanto mai incerti. In questa nuova partita un ruolo chiave riguarderà la partita sull’intelligenza artificiale. Un fronte su cui la Cina ha già dimostrato, con massicci e strutturali investimenti, di poter diventare molto concorrenziale ed efficiente, a costi molto più contenuti, rispetto agli Stati Uniti. In questa partita rientra anche l’ecologia e quella natura con cui occorre fare i conti a tutte le latitudini. La priorità per tutti è evitare una recessione globale che comporterebbe preoccupanti variabili sul piano della tenuta economico sociale. Le variabili sono molte e correlate ma in questo momento è Trump a tenere alto un gioco alquanto pericoloso portatore del cambiamento degli equilibri in corso, a partire dal confronto con la Cina. Una Cina che, ragionando e programmando con tempi molto lunghi, si ritiene pronta alla sfida lanciata con i dazi, tuttavia prevale l’opinione che prevarrà in ogni caso la mediazione.
Si abbaia insomma ma alla fine ognuno deve fare i conti con i propri punti deboli prima di scatenare una vera guerra finanziaria in un mondo strettamente correlato in cui è impensabile una svolta di taglio autarchico. Una guerra in cui l’Europa è meglio posizionata specie se farà crescere il suo spirito, la sua dimensione e la sua forza unitaria. Di certo quello in corso è uno scontro da cui emergerà una nuova globalizzazione dai contorni, per ora, quanto mai confusi. Le reazioni e le crescenti critiche alle iniziative e alle giravolte di un Trump, circondato solo da Yes man, mettono in dubbio gli effetti e il consenso al suo sprezzante decisionismo.
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