La motosega, ora in mano a Elon Musk, è il nuovo simbolo dei patrioti che tanto esalta i cuori leghisti per distruggere quel che rimane dell’Europa Unita.
Una motosega e che non ha portato grandi risultati agli argentini, ma che resta un simbolo efficace per gli energumeni della politica.
Ora la sfida importante è quella che si giocherà nelle imminenti elezioni in Germania, con l’incognita della crescita dell’AfD, (Alternative fur Deutschland) forte del deciso sostegno portato da Musk al partito di estrema destra filo nazista e antieuropeista (secondo la cui leader Hitler era un comunista). E’ il delirio antieuropeista dei neonazi tedeschi che tanto piace al duo Trump-Putin, nuovi padroni del mondo (Cina permettendo). Inoltre, anche sulle elezioni tedesche, spuntano le immancabili fake provenienti da Est. Questo in un paese in cui il 62% dei giovani ricorre ai social media come quasi esclusiva fonte d’informazione, con Instagram come piattaforma preferita. Nuovi elettori molto orientati su estrema destra e sinistra.
Un quadro pesante, per nulla scontato, che deve però fare i conti con la reazione delle forze antifasciste, cristiane, liberali, sindacali, ecologiste scese in piazza in massa (oltre 320mila) qualche giorno fa a Monaco, nel grande spazio dove ha luogo l’Oktoberfest. Non è la prima, ma è stata certamente la più imponente iniziativa per fermare la deriva reazionaria, con lo slogan: “la democrazia ha bisogno di te”. Una piazza che ha sorpreso, coinvolgendo anche i giovani di Fridays for Future, per dar forza ad un muro tagliafuoco antifascista che parte dalle persone e non dai giochi dei troppi partiti in corsa.
In Italia l’opposizione democratica divisa non ha manifestato in piazza mentre negli Usa i democratici sembrano ancora cloroformizzati dalla grande sconfitta. Tuttavia si è levata forte la protesta di diverse espressioni del mondo religioso (battisti, ebrei, quaccheri, sikh), cui si è unita la Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti, in netto contrasto con l’amministrazione Trump, e i suoi executive order, per la drastica interruzione dei finanziamenti ai programmi di accoglienza, limitando la possibilità di difendere proprio i più deboli tra i rifugiati, con il conseguente licenziamento di numerosi operatori sociali.
Intanto, Volodymyr Zelensky, dopo le forti polemiche di questi giorni (definito da Trump come “dittatore, comico mediocre”, cui il leader ucraino ha replicato affermando che il tycoon vive nella bolla della disinformazione russa), ora pare, messo con le spalle al muro, abbia accettato il piano americano che lega gli aiuti ai diritti sugli importanti giacimenti di preziose terre rare. Per il leader di Kiev si ventila un possibile esilio in Francia con un cambio di leadership. Questo mentre la Russia si avvia a proclamare il 24 febbraio la vittoria di un “operazione speciale” perdurata tre anni contro l’Ucraina del dittatore Zelensky e gli aggressori della Nato. Ovviamente i margini di trattativa di un popolo che ha resistito agli attacchi russi sono pari a zero e tutto viene demandato alle decisioni dei due sovrani, mentre si parla di un imminente confronto tra Mosca e Pechino.
Una nuova epoca
E’ davvero cominciata un epoca nuova, non un semplice passaggio di consegne. Con Trump si è attuato, nell’arco di un mattino, una totale revisione del concetto di democrazia liberale e di quei principi che riconoscono integrità, autonomia, sovranità territoriale e diritto internazionale. Non è un caso se Trump non abbia mai parlato d’invasione dell’Ucraina e intende arrivare a quella che Ezio Mauro, definisce “una pace non democratica ma imperiale”. Una realtà in cui l’unico a non pagare mai dazio è proprio Vladimir Putin, conclude l’ex corrispondente di Repubblica a Mosca.
La supremazia della democrazia sulle dittature, per quanto tecnologiche, oggi è messa in discussione. Un quadro che potrebbe spiazzare quelle aspirazioni europeiste di diversi paesi (vedi Georgia, Armenia e Bielorussia prima della sua “normalizzazione”). Paesi in cui gran parte della popolazione, lottando e sfidando la repressione, aspirava ad avvicinarsi all’Europa. Quell’Europa oggi così mal messa e sotto attacco che, pur essendo un gigante economico di 500 milioni di abitanti, permane un nano politico.
Un nano politico che, oltre alle identità e agli egoismi nazionali, patisce la presenza di forti componenti sovraniste e populiste che da tempo dall’interno hanno corroso un percorso unitario oggi tanto invocato, ma che resta al rallentatore. Nei reiterati moniti di Mario Draghi si tratta di uno stallo (se non un arretramento) insostenibile di fronte l’avvento di un presidente americano che vede il mondo come un ring lontano mille miglia dalle visioni e dai valori di solidarietà democratica e atlantica. Sconfiggere il sovranismo diventa una priorità visto le partite in gioco che si chiamano libertà e democrazia.

Views: 147