Ivan Cattaneo: io proprio io

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Ivan Cattaneo si racconta in una lunga intervista su “Orlandomagazine”, rivelandosi ancora una volta, tra passato e presente l’immenso, eclettico, originale, trasgressivo, camaleontico artista qual è.

D: La tua e’ una lunga carriera, dovessi fare un bilancio più gioie o più dolori?

R: Entrambi, ma sono stati calcolati solo come percorsi di vita. Nella mia carriera, vi era impresso il mio vissuto, il mio personale faceva parte anche del mio artistico, cioè il mio essere gay confluiva anche attraverso la mia arte e la canzone.
Ero proprio nato come Ivan dei Fuori (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani) con Mario Meli, con quelli del periodo degli anni 70; per cui mettevo in conto tutto le vessazioni, le situazioni anche spiacevoli, il frocio urlato per strada, oppure la considerazione di animale rarissimo, a volte anche di personaggio strano da proteggere.
Tutte cose che confluivano nello stesso calderone di vita.

D: Nasci come pittore, a che punto l’arte pittorica lascia il posto all’attività musicale?

R: Si, nasco come pittore, come professore di storia dell’arte. Mi sono diplomato nel ‘71 presso il liceo artistico di Bergamo con il punteggio più alto, l’unico in tutta la mia scuola. Avrei potuto da subito insegnare ed invece sono partito per Londra.
La Londra di allora era proprio la “swimming London”, qui ho conosciuto persone incredibili come David Bowie quando non era ancora famoso, Cat Stevens che era il mio idolo. Si può dire che è nato tutto in contemporanea la musica e la pittura. Chiaramente la pittura più da professionista, visto che avevo fatto il liceo artistico, ma è sempre stato un tutt’uno, un procedere di pari passo.
In alcuni momenti ha preso il sopravvento la musica perché era più facile. È chiaro che un pezzo come la ‘zebra a pois’ può avere una platea molto più popolare che non un quadro o le cose che facevo con le T.U.V.O.G. l’ARTE DEI 5 SENSI che anticipava vent’anni la multimedialità di oggi. Quindi ho sempre avuto questo percorso: da una parte estrema di avanguardia, dall’altro un buon interpretare, un buon catalizzatore di messaggi popolari.

D: A chi devi di piu’ nel tuo percorso di pittore e a chi devi di più in ambito musicale?

R: La Caselli diceva sempre che il segreto del mio grande successo era quello di aver mescolato la mia immagine quasi diseducativa, pazzesca e destabilizzante con le canzoni che facevano parte della memoria collettiva, che erano ormai accettate da tutti come ‘Il geghege’ o ‘Nessuno mi può giudicare’ o simili.
A livello di pittura mi ha influenzato senz’altro Picasso, non solo me ma tutti i pittori del 900, diciamolo. Quello musicale non saprei, senz’altro i Beatles, i Rolling Stones. Mi piace moltissimo ancora adesso Sakamoto e poi Pizzicato Five, ma in generale la musica rock degli anni 60.

D: Che ricordo hai della figura di Mario Mieli e del 1976 al parco Lambro?

R: Mario Mieli aveva tante dosi di simpatia quante di antipatia. Era un personaggio molto coraggioso per i sui tempi, proveniva da una famiglia di industriali della seta che lo ostacolavano, tranne le sorelle. Ti racconto che una sorella ha presentato una lettera che poi mi ha permesso di essere esonerato dal servizio militare, in cui diceva che la mia personalità era incompatibile con la vita militare.
Agli inizi degli anni ‘70 ho frequentato tantissimo Mario, erano altri tempi, un altro modo di vedere la sessualità. Eravamo molto coraggiosi seppur in ambiti diversi, nell’81 ho avuto un gran successo popolare e lui ha preso le distanze, asseriva che il mio era un successo popolare mentre lui era un intellettuale, c’era un po’ d’invidia.
Sono rimasto impressionato quando un giorno mi ha chiamato un suo amico dicendomi che si era suicidato, mettendo la testa nel forno. All’inizio ho pensato che non era da lui uccidersi così, poiché era una persona dal gusto estetico molto spiccato, poi invece ho ricordato che impazziva per Silvia Pla, una delle grandi poetessa americana, che si era suicidata allo stesso modo. Mario Mieli era uno dei personaggi più importanti per la storia dello sviluppo del movimento omosessuale in Italia, amato ed odiato da molti, anche se la nuova generazione dovrebbe solo amarlo. Certo ha avuto dei percorsi un po’ contraddittori, con lo stesso Angelo Pezzana a Torino che aveva fondato il Fuori. Era certamente un personaggio non facile, anche se molto affascinante ed intelligente ed acuto.
Al Festival del proletariato giovanile che si svolse a Milano al Parco Lambro, con l’obiettivo di rivendicare i diritti delle persone omosessuali, ci furono due esibizioni per i tempi atipiche con la presenza di grandi star come la Premiata Forneria Marconi, Edoardo Bennato.
Non era tanto il festival del proletariato ma della massa popolare goliardica. Quella sera in cui mi isibii, c’erano 100mila persone e Nanni Ricordi, il mio scopritore come di tanti altri cantautori quali Jannacci, Gaber, Paoli, De Andre’, decise di farmi cantare subito dopo Eduardo Bennato e prima della Preniata Forneria Marconi. Ingenuamente salii sul palco con la mia chitarra anche se nel film sembra che io canti a cappella, e iniziai a cantare una mia canzone con il testo di Mario Mieli. Fui fischiato da tutti. Tutto ciò era successo il giorno prima con ‘Pentole e fornelli’ , il primo gruppo di femministe, e c’erano stati insulti sessisti.
Questo il motivo per cui Mario Mieli, decise di farmi salire sul palco insieme ad altri amici del movimento gay e facemmo una sorta di dimostrazione tra il serio e l’ironico, facendo slogan come “uniti si ma contro la DC”, “ il pueblo unito sarà sempre travestito”. Quindi una cosa molto ironica ma anche molto amara, perché dopo quello che successe sia a Pentole e fornelli che a me , avevamo deciso di lasciare pre sempre Parco Lambro perché non era il festival dell’avanguardia, dell’undeground, ma un festival che non rispettava per niente la sinistra di allora.

D: Ti senti un’icona “nostrana” degli anni 80?

R: Molti mi considerano un’icona degli anni ‘80, ma io dovrei essere un’icona degli anni ‘70 visto che sono nato come cantautore in questi anni; invece ho avuto successo negli anni ‘80 con i pezzi degli anni ‘60. Quindi più che un’icona mi sento uno schizzofrenico. E’chiaro che per la memoria collettiva Ivan Cattaneo è un cantante degli anni ‘80.
L’arte per me non dipende dal successo, ma dalla mia creatività e dal mio appagamento e se piace agli altri ben venga e sono molto contento. L’artista come me è un animale molto egocentrico ed egoista, che fa le cose per il proprio piacere di farle a differenza del designer, dell’artigiano che crea per rendere comoda e bella la vita altrui.

D: Come definiresti gli anni ‘80?

R: Non divido per decadi ma per trentenni. Secondo me c’è stato un periodo irripetibile, gli anni ‘60-‘70-‘80 e li metterei tutti i insieme, perché questi 30 anni hanno cambiato per sempre il ‘900, la nostra vita, il nostro modo di pensare, c’è stata la rivoluzione sessuale, di pensiero, l’autonomia dei giovani, la musica con Beatles ha cambiato tutto, così la moda basti pensare Fiorucci, è stato un vero cambiamento epocale.

D: Ti piacerebbe di più essere ricordato come un bravo personaggio dello spettacolo o come un pittore talentoso?

R: Credo che sarò ricordato per via della pittura, perché già oggi sono menzionato insieme ai grandi artisti come Lodolo, Nespolo. Nell’ambiente musicale c’è tutta una grande confusione, pur avendo fatto delle cose interessanti però poi vengono fuori in modo molto riduttivo, sono ricordato solo per la ‘zebra a pois’
Il mondo della pittura mi da più verginità, come mezzo la pittura da più autonomia. Quando si dipinge è un fatto tra te e la tela e son sicuro che ciò che vede il pubblico è quello che io veramente volevo, per cui non ci sono intermediari a differenze di quando si fa il cantante.

D: Il tuo più grande rimpianto?

R: È quello per cui lotto ancora oggi, cioè quello di farmi riconoscere come cantautore. Il revival ha ridotto un po’ la mia immagine a puro interprete, cosa che fanno oggi i vari talent show musicali, anche se mi piaceva era molto limitante.

D: Un consiglio ad un giovane che vuole iniziare a intraprendere una carriera nello spettacolo?

R: Un consiglio per chi vuole intraprendere l’arte in generale è puntare sull’unicità.
Il mondo dei talent educa i ragazzi alla straordinarietà della voce, si utilizzano giochi d’artificio, salti mortali per mostrare il più grande cantante del mondo. Secondo me invece è sbagliato, non è importante avere solo una bella voce ma è necessario l’unicità di quello che un’artista fa, la sua creatività, suscitare lo stupore del nuovo.

D: Dicono che in Maria – Batman ricordi molto Giorgio Gaber, cosa ne pensi?

R: Non lo so, non ci avevo mai pensato. Ci si vedeva a casa di Nanni Ricordi e ho in mente una delle tante serate insieme di cui ora mi vergogno! Giorgio aveva appena terminato una tournée con Mina, quella sera ci ritrovammo inginocchiati a terra, io con la chitarra a cantare “Non credere” facendo l’imitazione di Mina. Giorgio mi avrà preso per matta!

D: Una domanda che non ti ho fatto e che avresti voluto ricevere?

R: La domanda è: “Cosa farò da grande”
Sto preparando uno spettacolo multimediale, dove ci saranno i miei quadri, le mie nuove canzoni, i video-racconti. Sarà come andare a teatro ma anche in una galleria; dove io presenterò il nuovo Ivan Cattaneo, che poi nuovo non è, ma è quello di sempre e che a gennaio uscirà il mio nuovo disco.

D: Sei felice?

R: Direi che è una domanda da non fare alle signore di una certa età (sorride di gusto).
Grazie Orlandomagazine. Un abbraccio

Grazie Ivan per averci raccontato questi scorci di vita.