Un miliardo di euro. Questa è la cifra che il governo Meloni ha deciso di buttare in mare – letteralmente – per finanziare un’operazione che oggi viene svergognata e dichiarata illegittima dalla Corte di Giustizia europea. I cosiddetti “centri in Albania”, il fiore all’occhiello della propaganda sovranista dell’esecutivo, sono stati bocciati con una sentenza netta, inequivocabile, imbarazzante per chi governa. Un colpo durissimo che travolge l’intero impianto ideologico della destra al potere, basato su repressione, disumanità e disprezzo per i diritti fondamentali. La Corte di Lussemburgo ha stabilito che la designazione di un Paese terzo come “Paese di origine sicuro” non può essere una decisione arbitraria del governo, ma deve essere soggetta a controllo giurisdizionale effettivo, accessibile e fondato su criteri concreti e verificabili. Tutto l’opposto di quanto fatto dal governo italiano, che ha scelto di trasferire persone vulnerabili in strutture fatiscenti e giuridicamente opache, realizzate in Albania, un Paese extra-UE, senza le dovute garanzie. La sentenza conferma ciò che l’opposizione, le associazioni, i giuristi e la società civile gridano da mesi: l’operazione Albania è illegittima, inefficace, indecente. Ma non è solo una questione giuridica: è una vergogna morale.

Invece di fare autocritica, Palazzo Chigi risponde con toni da regime offeso, accusando l’Europa di “invadere spazi politici” che – a detta della Meloni – non le competerebbero. Siamo al negazionismo costituzionale, all’arroganza di chi si crede al di sopra della legge e dei trattati, come se l’Italia potesse legiferare sull’asilo a colpi di tweet e comizi. Questa sconfitta brucia perché smaschera il bluff. Giorgia Meloni aveva promesso che “i centri in Albania funzioneranno, dovessi dormirci ogni notte”, e oggi deve affrontare una realtà opposta: quei centri non solo non funzionano, ma sono illegali, disumani, costosissimi.
Le cifre parlano da sole: 114mila euro al giorno per trattenere venti persone per cinque giorni. 74 milioni spesi per costruire un centro nel nulla, con un costo per posto letto sette volte superiore a quello di una struttura italiana. Un miliardo di euro bruciato, mentre il nostro sistema sanitario muore per mancanza di personale e i pronto soccorso chiudono per carenza di medici e infermieri.

Elly Schlein non ha usato giri di parole: «Hanno sperperato più di 800 milioni degli italiani che potevamo usare per assumere medici e infermieri».
Giuseppe Conte ha parlato di “figuraccia internazionale” e di “commenti sarcastici nelle cancellerie europee” sulla Premier che ignora le basi del diritto comunitario. Matteo Renzi l’ha detto chiaro: “ora arriveranno i giudici della Corte dei Conti, e lì non si potrà più fare finta di niente. Perché a questo punto non siamo più nel terreno della scelta politica, ma del danno erariale. Questo governo dovrà rispondere – anche personalmente – dello scempio economico e umano che ha causato in nome della propaganda.”

Il progetto Albania è stato smontato pezzo per pezzo: sul piano giuridico, umanitario, logistico, economico. Non regge da nessuna parte. È la dimostrazione perfetta di cosa significhi governare a colpi di slogan: si promettono soluzioni facili a problemi complessi, e si finisce per creare mostri giuridici che costano miliardi e ledono i diritti di esseri umani in cerca di protezione.
Il Tavolo Asilo e Immigrazione lo ha detto chiaramente: «Non è più ammissibile trattare come ‘sicuro’ un Paese che non offre garanzie a tutta la popolazione».
Il rapporto ActionAid ha messo nero su bianco la realtà: i centri in Albania sono «i più costosi, disumani e inefficienti della storia della politica migratoria italiana».
E ora, dopo il verdetto della Corte europea, quel progetto non è solo fallito. È sepolto.
Ma la vera domanda ora è: chi pagherà per tutto questo? Chi risponderà di questo scempio di denaro pubblico e dignità umana? Perché un miliardo sottratto alla collettività per fare propaganda sulle spalle dei migranti non può e non deve finire con un’alzata di spalle e un post indignato su Facebook.
Questa è una ferita che grida giustizia. E la giustizia – nazionale ed europea – ha cominciato a presentare il conto.

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