“Dopo tanti anni sono quello che ancora si emoziona per un disco nuovo, che si accende quando sale sul palco e che crede nella musica come energia e come comunità”.
E’ il mantra dello storico dj vicentino Angelo Di Bari (DiBa), che è riuscito a mantenere, dopo decenni, la passione per il dark sound degli anni 80, riproponendo nelle sue serate “Reunion Tuxedo” il clima di quella Torino ancora grigia che la notte si animava grazie a locali, rimasti nell’immaginario collettivo, come Studio 2, il Metrò e soprattutto il Tuxedo di via Belfiore (vero tempio della new wave).
Ne è passato di tempo da quel quel “Big in Japan” degli Alphaville, ma l’entusiasmo di mixare e proporre musica e atmosfere, ben oltre il revival da riascoltare, per far rivivere l’energia di quegli anni.
La scelta di mollare Torino tornando alla serenità della provincia con i suoi gatti sul mixer.
The Cure, Clash , Billy Idol, The Cult, The Sister of Mercy e i primi Depeche Mode, the Smiths, Siouxie & the Banshees, Psychedelic Furs, OMD erano e restano la colonna sonora e la magia della new wave. La nueva ola.
- Ciao Angelo come stai, ti diverti sempre a mixare e organizzare?
“Che piacere sentirti, Moreno! Si, sto molto bene e divertirmi è ancora oggi la cosa che mi spinge a continuare a mixare e organizzare serate. È questo entusiasmo che, dopo tanti anni, mi permette di vivere questo lavoro con lo stesso piacere di sempre”. - Ti ricordi il primo disco che hai messo in una serata e il primo disco che da ragazzino ti ha emozionato?
“Sono sempre stato aperto a ogni genere musicale. Ricordo che il primo disco appena uscito che comprai da ragazzino è stato l’omonimo album di De Gregori, quello con Generale, che mi emozionò molto. Il primo disco messo in una serata, invece, è stato quasi sicuramente Big in Japan degli Alphaville (top mondiale di quell’epoca)”. - Sono passati tanti anni, ma non ti annoi delle solite sonorità? Certo le tue rivisitazioni sono “ampie”, per non parlare dei video, in una ricerca che va ben oltre il risentire “Boys dont cry”…
“Se mi limitassi a riproporre semplicemente le hit uscite 30 o 40 anni fa avrei perso entusiasmo da un pezzo. Cerco sempre di tenere la mente aperta, rimanendo fedele al mio genere, che è molto alternativo. Mi piace sperimentare nuove modalità di proporre la musica. Una di queste è l’uso dei video: non mixo solo tracce audio, ma tracce video e chi è in pista può vedere il videoclip originale. È un modo per far rivivere davvero quegli anni, non solo ascoltarli”. - Come sviluppi le tue ricerche?
“Ascolto tantissima musica nuova, sempre legata al mio mondo, anche se spesso non è nelle orecchie di chi viene a ballare le vecchie hit new wave. Negli ultimi anni, grazie a una selezione molto accurata fatta insieme alla mia compagna di console, Antonella MissTick, siamo riusciti a inserire brani più recenti, dal post‑punk alle nuove sonorità dark che funzionano molto all’estero, in serate che fino a poco tempo fa erano dedicate esclusivamente alla new wave anni ’80. Un equilibrio tra passato e presente che mantiene viva la mia passione”. - La tua costanza ha avuto un importante riconoscimento quando uno degli Smiths ti contattò e si è congratulò per la tua mission…
“Vero. Era probabilmente il 2016. Ebbi la fortuna e l’opportunità di essere uno dei DJ ospiti durante un DJ set di Mike Joyce degli Smiths. Dopo il mio set ci siamo incrociati e mi fece i complimenti sinceri. È stato un momento molto bello, perché quando un musicista di quel livello riconosce il tuo lavoro, capisci che la strada che stai percorrendo ha un senso”. - Nelle tue ultime serate hai anche coinvolto dei protagonisti di quegli anni come Garbo.
“Nelle serate che organizzo a Torino, ma non solo, allo Ziggy Club capita spesso di proporre anche dei live con gruppi della scena post‑punk internazionale, o con artisti che hanno fatto la storia della musica italiana. Tra questi c’è stato anche Garbo, che è venuto per due anni consecutivi alla serata che organizzo, la Tuxedo Obscura Darkwave Party, portando uno show di grande livello. Contributi di protagonisti di quegli anni che aggiungono valore, autenticità creando un legame diretto con la storia che cerco di raccontare”. - Oltre a musica e atmosfere dark, di quegli anni di riflusso, cosa intendi costruire e trasmettere?
“Creare un ambiente in cui le persone si sentono a proprio agio e hanno fiducia in ciò che il DJ propone sia fondamentale in qualsiasi tipo di serata. In tanti anni, insieme a Miss Tick, siamo riusciti a costruire un pubblico affezionato che non solo ci segue in vari locali diversi, ma che ascolta e balla con piacere anche le nostre nuove proposte. Cosa intendo trasmettere? Semplicemente energia. Un’energia che nasce dalla musica, dalle atmosfere, dalla condivisione e dal sentirsi parte di qualcosa”. - C’è un affezionato popolo di pipistrelli che ti segue anche dopo decenni. Chi sono questi aficionados alquanto agè, ma non solo?
“Tutto è partito sedici anni fa, con una serata che all’inizio sembrava quasi una scommessa con la riproposizione delle atmosfere e della musica che suonavo al Tuxedo. La serata si chiamava Tuxedo Reunion e già alla prima edizione riempimmo il locale con circa 400 persone. Da allora il livello qualitativo delle serate è cresciuto in modo esponenziale. Alcuni di quelli che ci seguivano fin dagli inizi sono ancora con noi. Vero, l’età media del pubblico è piuttosto alta, ma negli anni, grazie all’apertura verso sonorità più attuali, senza mai abbandonare i cavalli di battaglia della new wave, siamo riusciti ad attirare sempre più giovani, dai venti ai trent’anni. Ed è curioso che siano spesso proprio i più giovani ad apprezzare maggiormente i pezzi “datati”, più delle tracce nuove. Questo fa ben sperare, perché il tipo di musica che proponiamo, new wave, post‑punk, dark, non è affatto morto ed è vivissimo in tutto il mondo. Lo dimostrano festival enormi che radunano anche 200.000 persone come il Wave Gotik Treffen di Lipsia, dove dal 2023 sono invitato come DJ, sia in eventi ufficiali che in eventi paralleli. Per me rappresenta un riconoscimento importante, un vero coronamento di tutto il lavoro che ho portato avanti in questi anni”.
- Un tempo i locali avevano un’identità…
“Una volta le radio proponevano musica diversa, la televisione era diversa, e soprattutto c’erano modi differenti di concepire il divertimento. Le discoteche lavoravano più o meno da sole: c’era la new wave, la musica commerciale, il liscio, il rock anni ’70, il funky, l’afro e ogni locale aveva una sua identità precisa. Oggi invece è tutto molto più livellato, i locali che fanno numeri importanti sono sostenuti da organizzazioni che spesso devono ricorrere a DJ molto famosi e molto costosi per garantire il tutto esaurito. I costi sono saliti alle stelle e spesso diventano insostenibili. Ecco perché molte discoteche chiudono, e le poche rimaste devono affidarsi a chi porta loro pubblico”. - Come ti inserisci in queste nuove tendenze?
“Lavoro sempre meno nei locali “generalisti” e sono legato alla cosiddetta nicchia. Ma una volta che la nicchia l’hai conquistata, e la conquisti solo con qualità e professionalità, non solo nel DJ set ma anche nell’accoglienza, quella nicchia non ti lascia più. Proponendo i nostri progetti con continuità nel locale giusto, con una capienza che non superi le 300 persone, si riesce quasi sempre a creare una serata vincente e a diventare un punto di riferimento per chi cerca un certo tipo di atmosfera, non di massa e non “promiscua”. - Cosa ti tiene legato a quegli anni?
“E’ quell’identità che si ritrova in serate in cui le persone si sentono perfettamente integrate perché intorno a loro vedono gente a cui piace ciò che piace a loro. Una comunità vera, che si riconosce nella musica e nelle atmosfere. È questo che cerco di mantenere vivo”. - Riesci a vivere facendo il dj e il promoter o fai anche altro?
“Ho la fortuna di riuscire a mantenermi facendo solo ciò che mi piace: il DJ e il promoter. È chiaro che, proponendo serate non commerciali, negli anni ci sono stati alti e bassi, ma la cosa più importante in questo mestiere è riuscire ad avere sempre la mente aperta, senza caricare il proprio ego solo perché hai davanti persone che ballano quello che proponi. Bisogna, anche come promoter, cercare sempre il meglio, con qualità, ricerca e rispetto di chi ascolta. Credo che sia proprio questo atteggiamento ad avermi permesso, dopo tanti anni, di essere ancora saldamente in pista”.
- La storia di una Torino dark rock…
“A Torino ho visto crescere vere e proprie generazioni di appassionati del mondo dark e rockettaro, anche grazie al fatto che ho lavorato nei locali alternativi più importanti della città: Tuxedo, Barumba, Cafè Blu, Faster”. - Tainted Love dopo 45 anni riesce ancora ad esaltare (specie la tua socia Miss Tick quando la mixa), insieme a Sweet Dreams degli Eurythmics, brani iconici di quei tempi…
“E’ significativo se un brano come Tainted Love, dopo oltre 40 anni, riesca ancora a riempire la pista. È diventato un pezzo trasversale che puoi mettere praticamente in qualsiasi serata e la pista risponde. Questo fa riflettere su come sia cambiata la musica di oggi e faccio fatica a immaginare un brano uscito adesso che, tra quarant’anni, sia ancora così in auge. Evidentemente non hanno la stessa forza, la stessa struttura, la stessa identità dei pezzi di allora. Tutto questo fa parte, purtroppo, di un lento ma inesorabile decadimento culturale che in Italia avvertiamo in molti ambiti, e che inevitabilmente si riflette anche nella musica. I brani più famosi degli anni ’80 continuano a funzionare perché erano costruiti con un’altra profondità, un’altra cura, un’altra visione. E questo, oggi, si sente”.
- La tua passione si nota anche nelle serate in cui proponi musica e video in collegamento on line.
“Ogni giovedì, dal circolo Cat Cafè Neko, che gestisco a Vicenza, famosa “città dei magnagati”, io e Doctor Jeep, il DJ, con cui collaboro nell’organizzazione Whispering Darkness, proponiamo un set di circa tre ore di musica post‑punk e gothic rock. Si tratta di nuove uscite, pescando in tutto il panorama europeo e mondiale, includendo soprattutto brani di gruppi emergenti e indipendenti. Abbiamo un discreto pubblico che ci segue e i nostri set vengono trasmessi anche da due web radio, una torinese, Radio Bandito, e una brasiliana, Lasciva Nociva Radio. Riusciamo così a raggiungere davvero tantissima gente, e, anche grazie a questa visibilità, siamo entrati nel circuito dei DJ invitati come ospiti in varie serate europee e in diversi festival”. - Spesso trasmetti con un un gatto che si aggira sul mixer…
“Al Neko Cat Cafè i nostri principali ascoltatori sono proprio i gatti che vivono lì dentro. Ogni tanto passeggiano sulla console o sulla tastiera del PC e qualche danno lo combinano. Ma fanno parte dell’atmosfera, e ormai sono diventati un elemento caratteristico delle nostre dirette”.
- Come nasce questa passione per i felini?
Nasce in famiglia. Mia mamma è sempre stata una gattara, quindi ho sempre vissuto circondato da gatti e sottolineo gatti, perché ne avevamo davvero tanti. Ho poi deciso di aprire un’associazione animalista no‑profit e concretizzare un’idea che avevo da tempo: dare una casa a gatti poco fortunati e farli vivere e crescere all’interno di un Cat Café. Oggi, a Vicenza, sono il Presidente di un circolo dove le persone possono bere un caffè o qualcosa di fresco in compagnia dei gatti che vivono lì. Sono sette, ognuno con la sua storia e il suo carattere”.

- Altri tuoi hobby?
“Amo viaggiare e viaggerei sempre. Mi piace scoprire posti nuovi, respirare atmosfere diverse. Negli ultimi anni, grazie agli inviti come DJ all’estero, sono riuscito a unire l’utile al dilettevole: Spagna, Inghilterra, Polonia, Germania, esperienze che mi hanno arricchito molto”. - Frequenti dei locali quando non devi suonare?
“Stare in mezzo a troppa gente non mi è mai piaciuto, non amo la confusione, la gente che urla che si muove troppo. Mi sento molto più a mio agio su un palco, dietro una console, dove paradossalmente c’è più ordine e più senso”.
- In quegli anni i messaggi musicali erano portatori di profondi significati che andavano ben oltre il mero fattore ludico. Ora il suo riproporli è solo un ricordo (revival) di atmosfere dark, come i parrucconi degli anni 70 o c’è dell’altro?
“Vero. I messaggi musicali anni 80 portavano significati anche profondi, che andavano ben oltre il semplice divertimento. Oggi c’è anche un fattore nostalgico nel riproporre quelle atmosfere dark, ma non è solo questo. La nostalgia, soprattutto in periodi di incertezza come quello che stiamo vivendo, è un’ancora, ti fa stare con i piedi per terra, ti riporta a cose belle, ti fa stare bene. Inoltre passare due, tre, quattro ore in un ambiente dove riconosci i tuoi “simili”, dove puoi esprimerti senza essere giudicato, dove ascolti brani che ti sbloccano ricordi e ti fanno stare bene, è questo il valore. È questo il motivo per cui tante serate “remember” continuano a funzionare. Le serate che propongo io, dark, post‑punk, rock, non sono serate generaliste, sono serate di comunità. Non puntano ai grandi numeri, ma alla qualità della connessione tra le persone. Sono serate che fanno stare bene, perché chi partecipa si sente parte di qualcosa”.

- Chi è oggi Angelo di Bari?
“Mi sento esattamente quello di 40 anni fa, non sono cambiato di una virgola. L’unica cosa cambiata è il mio nome d’arte che da Angelo di Bari (con la “d” minuscola), è diventato Angelo DiBa, e oggi Angelo Ash Diba in Italia e DJ Ash all’estero. Continuo a guardare il mondo con gli stessi occhi con l’entusiasmo e la curiosità di quando dovevo ancora scoprire tutto, con la voglia di fare le cose bene e di divertirmi mentre le faccio. Sono quello che ancora si emoziona per un disco nuovo, che si accende quando sale sul palco e che crede nella musica come energia e come comunità”.
- Ti conosco da tanti anni è ho sempre notato la tua professionalità scevra di eccessi, nel rispetto delle persone. Una coerenza che ha pagato, ma ora cosa ti aspetti?
“Ti ringrazio per queste parole. Ho sempre cercato di tenermi lontano dagli eccessi nel rispetto di tutti (colleghi, collaboratori, pubblico). Ho sempre cercato di evitare di parlare male degli altri, o di farlo alle spalle. Credo che questa coerenza abbia pagato. Oggi sono una persona serena, non ho pressioni, non dipendo da padroni o da orari. E penso che il fatto che le mie serate vadano spesso sold‑out, o comunque siano molto frequentate, dipenda anche da questo, ormai ci conosciamo tutti in un rapporto umano vero. Alla fine quello che facciamo noi DJ non è fisica nucleare, mettiamo musica cercando di far stare bene la gente. Avere l’umiltà di ricordarsi questo, ed essere grati alle persone che vengono alle tue serate, è il pensiero principale che mi permette di fare ancora oggi questo mestiere in modo sereno. E, soprattutto, di sentirmi apprezzato”.
- Ti piace sempre Gianni Morandi? Una volta me ne parlasti con entusiasmo… “Sì, mi piace ancora Gianni Morandi e lo seguo anche nei concerti, se possibile. E’ difficile spiegare esattamente il perché. Può essere la sua produzione musicale, la sua storia, la sua energia, o un ricordo che ti lega a una sua canzone. Ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona, e la chiacchierata che abbiamo fatto ha confermato quello che già pensavo, è una persona serena, semplice, nonostante la fama enorme. Non ho percepito quella distanza che spesso c’è tra artista e pubblico. Forse abbiamo in comune proprio questo modo di vedere le cose, la consapevolezza che siamo fortunati a poter vivere di ciò che facciamo, senza sentirci superiori a nessuno. Nel mio piccolo, faccio musica, la condivido, e sono felice di farlo. E credo che anche lui, nel suo percorso infinitamente più grande del mio, abbia lo stesso approccio”.

- Quali i tuoi sogni per il futuro?
“Il mio sogno è quello di continuare a fare il DJ per sempre. È ciò che mi fa stare bene e che mi dà energia. Mi piacerebbe anche riuscire ad avere un gruppo con cui salire sul palco non come DJ, ma come musicista. Non mi considero un musicista vero e proprio, quello che compongo nasce da campionamenti e strumenti elettronici. Però questo è il mio sogno, avere una band, fare un piccolo tour, portare in giro le mie idee. Ho girato molto all’estero, ho contatti con locali e booking, quindi non sarebbe nemmeno così difficile da realizzare”.
- Cosa pensi di Torino?
“Oggi abito a Vicenza, ma Torino, dove ho vissuto molti anni, è stata una parte importante della mia vita. Negli ultimi tempi, però, sentivo che la città aveva perso la sua magia, percepivo energie negative, vedevo tanta gente arrabbiata, e tutto questo mi stava trascinando giù. Stavo perdendo di vista sia le piccole cose che quelle più importanti. Per questo ho deciso di staccarmi, pur mantenendo un ottimo ricordo della città. E infatti non l’ho mai abbandonata davvero, continuo a venire per le mie serate una, due, anche tre volte al mese. Ho scelto così il silenzio della provincia, i suoi tempi più dilatati, la calma. Allontanandomi da Torino sono riuscito a focalizzare meglio tutto ciò che non stava funzionando, sia in me che in quello che facevo. È partita davvero una seconda vita. Organizzo concerti, ogni giovedì faccio la trasmissione in streaming, ho stretto amicizie con DJ in Italia all’estero e collaboro con loro. Insomma, ho trovato un equilibrio nuovo, e da lì è ripartito tutto”.

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