Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti è stata un’attrice italiana, nata a Roma, il 3 Novembre 1931, amatissima in Italia e all’estero si vide costretta a dire addio alle scene prematuramente perché contrasse una malattia neurodegenerativa simile al morbo di Alzheimer, sarebbe stata la demenza con corpi di Lewy, che comprenderebbe anche la demenza da morbo di Parkinson, che le procurò disturbi motori, e si insinuò nel suo cervello procurandole fluttuazioni nella capacità mentale e nell’attenzione, contaminandone nel tempo la memoria, privandola della conoscenza del suo vissuto, dei suoi studi, del sapere appreso percorrendo la sua vita, fino a farle smarrire forse anche i i nomi, le immagini dei volti amati, l’essenza del tempo, polverizzando tutti i suoi ricordi e la consapevolezza di sé.  Nel 1993, nel libro che lei definì “un’autobiografia involontaria” dal titolo “Sette sottane”, Monica Vitti sembrava aver intuito quanto stava per accaderle, quasi avesse potuto lievemente palpare quel disgregarsi delle sue memorie, infatti asseriva: “Vorrei ricominciare da capo. Non so se per raccontare le stesse cose in un altro modo o per raccontarne altre. Ho la sensazione di aver nascosto a me stessa quello che era più importante ricordare. E non so più se i fatti si sono svolti così o la memoria li ha cambiati. Tutta la mia storia, i miei fatti mi vengono dietro in punta di piedi. Credono che io non me ne accorga. Però se mi giro si nascondono, non ci sono più”.

La celebre Vitti, nella sua abitazione romana, all’età di 90 anni si è arresa definitivamente alla sofferta e lunga patologia, nella quale per sua fortuna fu aiutata da una badante, oltre che custodita e protetta con vigile amorevolezza dal marito Roberto Russo, col quale ebbe una tale sintonia da riuscire a comunicare con gli occhi, fino al giorno in cui si è spenta il 2 Febbraio 2022. A dare l’annuncio ufficiale della sua dipartita quel triste mercoledì fu Walter Veltroni ex sindaco di Roma attraverso un tweet: “Roberto Russo, il suo compagno di questi anni, mi chiede di comunicare che Monica Vitti non c’è più. Lo faccio con grande dolore, affetto e rimpianto”.

Monica era nata dalla madre bolognese Adele Vittiglia, e dal padre romano Angelo Ceciarelli, che essendo un ispettore del Commercio Estero, nel 1932 si era dovuto trasferire a Messina, proprio per questa ragione, lei da bambina aveva vissuto molto felice otto anni in Sicilia, dove i suoi parenti le davano vari soprannomi, come “smemoratella” oppure “bruttisogni”, ma fu un altro il nomignolo che si portò dietro nel tempo: “Setti vistìni”.

Le “sette sottane” erano dovute al fatto, che a quel tempo nelle case, non c’erano le varie forme di riscaldamento dei giorni nostri e Monica, era diventata molto freddolosa; quindi, per sopperire al gelo che sentiva, quasi come una trasformista prese ad abbigliarsi abitualmente con sette capi di vestiario indosso.

Nel 1940 la Vitti con la famiglia dovette trasferirsi a Napoli, dove agli inizi della sua adolescenza, a soli 12 anni, sotto le bombe della Seconda Guerra Mondiale scoprì la passione per il teatro, accadde durante i bombardamenti, mentre giocava nei sotterranei dei ricoveri antiaerei, dove con Giorgio, uno dei suoi fratellini inscenava i burattini, cercando di distrarre dalla paura del conflitto, tutti coloro che lì si erano rifugiati. Durante un trasferimento a Roma però, il palazzo al Vomero, dove c’era la casa con vista mare dei suoi genitori, venne bombardato e per questa ragione rimase per sempre residente nella capitale, e lì con il bagaglio di vita acquisito, accenti dialettali compresi, siciliano, napoletano e romano, a 14 anni entrò in teatro. Da principio la famiglia, che le aveva dato un’educazione tradizionalista, sembrò non comprendere perché quella ragazzina non si comportava come la società di quei tempi richiedeva, cioè da femmina educata, che poi andava in sposa, addussero così quel tipo di scelta alla necessità di ricevere attenzione, più avanti Monica raccontò: “Mia madre mi disse che il palcoscenico corrode l’anima”. La giovanissima Vitti invece credeva il contrario, e pensò di attivare la sua piccola rivoluzione, tentando l’ingresso alla famosa accademia italiana Silvio D’Amico, a quel tempo diretta proprio dal signor D’Amico, il quale nonostante “Sette sottane” si fosse impegnata seriamente all’esame di ammissione, cimentandosi in monologhi di Feydeau, Goethe, Čechov, Shakespeare, non la trovò pronta per accedervi e, le disse di riprovare l’anno successivo, così Monica si preparò con infinito impegno, mettendoci tutta se stessa e, nell’autunno del 1951 riuscì ad ottenere la sospirata ammissione, ed entrò all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, dove si diplomò nel 1953 esprimendo le sue capacità eclettiche nei personaggi di autori come Molière, Courteline, Shakespeare, diventando un’attrice di teatro, anche perché in quel periodo, era convinta di non essere adatta al cinema italiano né fisicamente né per attitudine, dato che studiando in accademia vedeva intorno a sé solo donne bellissime e superdotate, e lei nel momento clou delle maggiorate e dell’eyeliner invece era una ragazza “acqua e sapone”, alta e magra. La Vitti, lo stesso convincimento di inadeguatezza, lo rivolgeva alla sua insicurezza per la voce, in un’accademia dove il riferimento di tutti, era la voce autoritaria del grande Vittorio Gassman, fortemente attento alla vocalità e al suo ritmo; e nel cinema, dove invece le voci delle attrici erano belle e passionali come le loro forme, Monica definiva la sua dicendo “la mia voce roca e sfiatata”. Infatti, proprio per la sua voce, al momento dell’ammissione al percorso accademico aveva avuto alcune problematiche: quando fece la visita medica obbligatoria per entrare, il medico per via delle corde vocali non le concesse il nulla osta, ma un certificato che lo negava, che fece sprofondare la già fragile Vitti in una sofferta e tremenda crisi di nervi, lei che rifiutava l’idea di accettare passivamente i comportamenti convenzionali, gli usi, i costumi e i principi della maggioranza, che come la sua famiglia, la volevano relegata al ruolo sacrificato e per lei grigio, di moglie e madre, in perfetto stile “cura, pulisci, cucina e stira”, si sentì impazzire e, fuori di sé rifiutò di accettare quel foglio, che il dottore le porgeva, si mise a piangere, e prese ad urlare disperatamente minacciando di togliersi la vita, tanto che il medico sgomento e allarmato lo strappo in più pezzi, donandole invece l’agognato nulla osta. Purtroppo il certificato non era stato l’unico intralcio al suo diploma alla Silvio D’Amico, infatti per un periodo dovette interrompere le lezioni, a causa dell’ostilità dei genitori verso il suo sogno artistico, in particolare della madre Adele, che con il padre Angelo, organizzarono un viaggio in Messico, per andare a trovare un fratello che viveva lì, Monica aveva capito il loro intento di allontanarla dagli studi e, corse ad informarsi legalmente per sfuggire a quell’allontanamento, ma nel 1951 in Italia si diventava maggiorenni a 21 anni, quindi lei minorenne fu costretta a seguirli, in seguito dichiarò durante un’intervista, che aveva pianto per tre giorni fino alla partenza: “ Amavo l’Italia, nelle Americhe non volevo andare. Ero molto rigorosa, volevo solo studiare e fare l’attrice tutta la vita, leggere, incontrare amici”.

In accademia l’attrice ebbe un ottimo rapporto con Sergio Tofano, un maestro importante di cui l’adorabile “Sette Sottane” disse: “Sergio Tofano è stato il mio grande maestro. Mi ha insegnato ad essere severa ed esigente con me stessa, ad usare la mia voce, a cercare sempre con nuovi mezzi la sincerità, che resta il mio solo punto di arrivo. Mi ha anche insegnato il pudore dell’attore, la dignità, il suo rigore: recitare sì, ma non coinvolgendo nell’interpretazione la propria intimità. Usare ciò che si è per un lavoro attento, filtrato, ma pieno del calore che possediamo. E’stato il mio Diderot. Ha anticipato un modo di disegnare, di ridere. Era l’attore più moderno e raffinato che io abbia mai visto recitare; in lui tutto era essenziale, privato, pulito. Molto raramente un attore riesce a spiegare, a trasmettere e insegnare quello che è. Lui sì, e io ho cercato con grande ammirazione e amore di capire e prendere tutto ciò che lui voleva darci. Lo ringrazio per tutto quello che ha fatto per il teatro, per i suoi allievi e per tutti noi.

Lo stesso Tofano fu colui che scoprì con stupore le effervescenti attitudini comiche di Monica, la comicità interpretativa si può plasmare, ma quella sensibilità un attore deve averla dentro, come impronta nell’anima dell’individuo, simile a una propria eredità, e il maestro comprese che quella dote naturale apparteneva alla Vitti, qualità più consueta negli uomini, che ne avevano il dominio, che non nelle donne, lei stessa di Tofano ammise: “Io devo a lui molto di quello che sono, o almeno molto di quello che mi interessa essere. Sono entrata in accademia con la necessità di recitare, e credendo di essere soltanto un’attrice drammatica, lui ha scoperto in me l’umorismo e l’involontaria comicità.

Sempre Tofano, la persuase di cambiare il suo nome di nascita Maria Luisa Ceciarelli, con un altro e, lei definita “esistenzialista” da sua madre Adele, decise di tagliare proprio una parte del cognome della mamma, che era Vittiglia, facendolo diventare Vitti, mentre il primo nome lo scelse da un libro che le era rimasto impresso, allorché rinacque come Monica Vitti, che entrata nella compagnia di Sergio Tofano, dal 1955 calcò le scene con “L’avaro di Moliere” diretta da Alessandro Fersen,  “La Mandragola di Macchiavelli”, recitando anche “Brecht”.  Per giunta Sergio Tofano, era stato il creatore nel 1917, di un personaggio immaginario dei fumettiIl Signor Bonaventura”, uno dei personaggi più eleganti e amabili del fumetto italiano, che finita la Seconda Guerra Mondiale decise di rimettere in scena, non solo in allestimenti teatrali, ma anche realizzando le commedie in televisione, alle quali prese parte la giovanissima Vitti, che sfoggiò le sue prime capacità brillanti. Nel 1956 Monica debuttò in teatro da protagonista con “Bella”, un lavoro di Cesare Meano; successivamente all’attuale Teatro Flaiano di Roma, fece anche cabaret, e si esibì in una serie di atti unici comici “Sei storie da ridere” regia di Luciano Mondolfo. Ci vollero circa due anni prima di raggiungere il grande schermo, a colei che è diventata un’icona importante del cinema italiano, ci arrivò con un ruolo secondario nell’Adriana Lecouvreur, di Guido Salvini con l’indiscussa diva Valentina Cortese. Nei cinque anni successivi la Vitti si cimentò in alcune pellicole comiche, ma sempre in ruoli minori, nel contempo nonostante il suo stile stacanovista, si era fidanzata con un giovane architetto, ma il suo destino era legato al lavoro e, in quel periodo dato che lei si dedicava anche al doppiaggio, proprio in una sala di doppiaggio, mentre dava la sua voce alla benzinaia Virginia, interpretata dall’attrice Dorian Gray nel film “Il grido” di Michelangelo Antonioni, quest’ultimo alle sue spalle disse a Monica, che lei aveva una bella nuca e avrebbe dovuto fare l’attrice invece della doppiatrice, Monica prontamente gli rispose ironica: “ E di faccia, pensa che ci starebbe sempre il mio partner?”.

Il famoso regista ne restò colpito e si interessò a lei fin da subito, tanto che proprio per quella ragazza “acqua e sapone” decise di creare una compagnia teatrale, che resta l’unica esperienza teatrale di lui, il progetto prevedeva tre commedie straniere, e due italiane, per il Teatro Eliseo di Roma dal 1957 , tra le quali “Scandali segreti”,  scritta dallo stesso Antonioni e da Elio Bartolini, con Monica Vitti, Giancarlo Sbragia e Virna Lisi, ed anche  Io sono una macchina fotografica” di J.Van Druten, e “Ricorda con rabbia” di John Osborne, rispettivamente interpretate da Monica Vitti e Giancarlo Sbragia.  Da allora il connubio altalenante tra amore e arte fra “il cineasta poeta” e, la seducente Monica durò circa un decennio, anni nei quali insieme diedero vita a importanti capolavori cinematografici. Per quanto in seguito la Vitti confessò ad Oriana Fallaci, di aver provato a resistere in tutti i modi alla serrata corte del grande cineasta, ma che alla fine dovette cedere a quella scintilla scattata al loro primo incontro.

Michelangelo Antonioni regista del dopoguerra, successivo al neorealismo, considerato tra i maggiori cineasti della storia del cinema, definito “il padre dell’estetica moderna” e “l’ipnotizzatore geniale”, nel 1960 con la suamusa alienatadiede inizio con “L’avventura”, che conquistò la critica raccontando la complessità del periodo sociale, l’incapacità di esprimere sentimenti e. l’impossibilità di amare, alla complessità della “tetralogia desertica” e, Monica Vitti anticonformista com’era prese parte al film come protagonista eccezionale, pellicola che venne sequestrata per oscenità, con un bravissimo Gabriele Ferzetti, e l’indimenticabile “Sette sottane” nelle vesti di un incantevole Claudia, che diede vita con la sua voce roca e la sua avvenenza ovattata, a un personaggio fragile e pregno di solitudine. Nel 1961 girarono “La Notte”, un film ritenuto innovativo dalla critica del periodo, e Monica diventò Lidia, ragazza bellissima, inconsapevole e introversa, con lo straordinario Marcello Mastroianni,  sulla “poetica dell’incomunicabilità”, continuarono la narrazione di una società borghese e confusa degli anni 60, che si stordisce tra le feste della dolce vita, ma al di là degli abiti griffati, delle scuole chic, della cultura, gli individui viziati, una volta soli o in coppia precipitano nella desolazione, nella mancanza di dialogo, della comprensione, dell’assenza di cuore, la Vitti nel lungometraggio rende pienamente il disagio esistenziale di Lidia. Il terzo film uscì nel 1962: L’Eclisse”, che conclude la “trilogia esistenziale”, Monica Vitti calata nel ruolo di Vittoria, una donna attraente e inquieta, che non ama le domande, che lascia il compagno architetto con cui ha un rapporto apatico e si invaghisce di Piero, un uomo cinico interpretato da Alain Delon, il loro incontro è breve, i personaggi sono inattivi, vige l’eclisse dei sentimenti, le nevrosi mutevoli e perplesse di lei, che prova a fingere dei sentimenti, dunque la Vitti, interpreta nuovamente e perfettamente quella “donna in evoluzione” tanto amata da Antonioni, ed ecco che a tal proposito anni dopo Monica Vitti ammise: “Fortunatamente avevo la faccia delle donne delle sue storie e le sue storie mi somigliavano. Così cominciò la mia grande avventura”. Infatti, si impose a livello internazionale per la sua incredibile capacità di rappresentare i disagi e, le angosce di una femminilità che per quel tempo era ritenuta “moderna”.

Solo nel 1964 Michelangelo Antonioni girò il suo primo film a colori, descrivendo però con vera sensibilità attraverso Monica, le molteplici inquietudini della società, si tratta di “Deserto rosso”, la donna da lei interpretata è esasperata, il ruolo sempre più difficile: Giuliana esce da una clinica per problemi psichiatrici, tenta il suicidio, nonostante sia madre di un bambino e. finisce col tradire il marito interpretato dal mitico Richard Harris. Qualcosa di simile accadde anche alla frizzante attrice, proprio sul set di “Deserto Rosso”, quando Monica Vitti conobbe Carlo Di Palma, che era il direttore della fotografia del film, tra l’attrice e Di Palma iniziò una travolgente storia d’amore, che significò la rottura della relazione con Antonioni, seguentemente il legame con Di Palma diventò significativo, tanto che lui diventò regista per lei, e dal 1973 la diresse in tre film brillanti, tra cui “Ninì Tirabusciò – la donna che inventò la mossa ” e “Teresa la ladra”, che portarono in luce le performance brillanti dell’attrice, espresse però in qualche modo nel 1954 con il regista Edoardo Anton, e successivamente tra gli altri con Jacques Baratier, Roger Vadim, Tinto Brass, Pasquale Festa Campanile, Alberto Sordi, Dino Risi, Franco Giraldi, Joseph Losey con “Modesty Blaise”, col maestro Mario Monicelli nel 68 “La ragazza con la pistola”, nel 1973 contestualmente alla commedia del compagno Carlo Di Palma, la spumeggiante Monica girò diretta da Alberto sordi il film “Polvere di stelle” e “Io so che tu sai che io so”, nel 1974 “C’eravamo tanto amati”,  nel 1975 “L’anatra all’arancia” per la regia di Luciano Salce; quelle prestazioni artistiche splendenti ebbero un’interruzione nel 1980, quando la Vitti decise di tornare ad un cinema di Michelangelo Antonioni, che rappresentò una sorta di svolta digitale, incompresa e disprezzata dalla critica, sia italiana che straniera, dato che il film “Il mistero di Oberwald”, dava molto più rilievo al metodo di ricerca estetica e quindi visiva, grazie all’uso fatto dal regista di sistemi elettronici, che non alla storia di “Jean Cocteau” da raccontare, insomma Antonioni stava già usando un’innovazione cinematografica, per la quale la Vitti interpreta il ruolo di una regina rimasta vedova; quello che per il cine asta era un esperimento con nuovi elementi per la Rai, che secondo lui avrebbero cambiato il modo di fare cinema e di vivere, segnò anche la fine definitiva del sodalizio professionale tra il regista e l’attrice.

Monica Vitti, aveva sdoganato con le commedie che interpretava, il concetto che una donna per divertire non deve essere attraente, sensuale o elegante; infatti nonostante la sua bellezza, lei era riuscita da mattatrice, affiancata da soli attori maschili come Johnny Dorelli, Giancarlo Giannini, Ugo Tognazzi, Gigi Proietti, Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, ad abbracciare un pubblico numeroso facendolo ridere grazie al suo brio, alla sua vivace ironia, a quelle sue donne fragili, sognatrici, titubanti, a tratti caotiche e insicure, o distratte e goffe, amate, tradite e infine commoventi.

La Vitti è stata una delle attrici più poliedriche ed amate in Italia, ma anche scrittrice, regista, musicista, sceneggiatrice, e doppiatrice per film come “Il grido” di Michelangelo Antonioni, “I soliti ignoti” di Mario Monicelli, “Accattone” di Pier Paolo Pasolini.

Nel 1974 nonostante i gossip avessero parlato di nozze, si concluse la travolgente relazione amorosa tra Monica Vitti e Carlo Di Palma, anche se lavorarono insieme fino al 1976 e, proprio in quegli anni per via del film “Flirt” del 1983 incontrò un fotografo che debuttava come regista, di cui si innamorò: Roberto Russo di 16 anni più giovane di lei, con il quale ritornò in teatro, da lui diretta con la pièce “Prima pagina”, insieme sceneggiarono film come “Scandalo segreto”, lui la diresse anche nelle pellicole “La strana coppia” e “Francesca è mia”.

La solida coppia visse un rapporto molto importante per 17 anni, per i quali lei confessò di non averci dormito separata neanche una sola notte, poi il 28 Settembre 2000, quel grande amore si coniugò in matrimonio al Campidoglio, in quel momento l’attrice aveva 69 anni, e purtroppo due anni dopo la strepitosa Vitti, si vide costretta fin troppo presto, a lasciare le scene, una delle ultime apparizioni risale al 14 Marzo 2022 durante la première dell’opera da record Notre-Dame de Paris, al Gran Teatro di Roma.

Nonostante avesse in parte rinunciato ad una carriera nettamente internazionale, rifiutando film come “La Regina Margot” e “Caterina dei Medici”, forse per la sua paura di prendere un aereo, l’antidiva ottenne un numero nutrito di premi, tra i quali , 5 premio David di Donatello come migliore attrice protagonista e 2 nomination, oltre a 2 Targa più 1 nomination miglior regista esordiente e 2 riconoscimenti speciali, 4 Globo d’oro migliore attrice e 3 nomination, e 3 Nastri D’argento migliore attrice e 6 nomination, 1 Leone d’oro e alla carriera a Venezia, 1 Ciack d’oro alla carriera e 1 Targa speciale, 1 Orso d’argento a Berlino miglior attrice, 4 Grolla d’oro miglior attrice, 1 San Sebastiàn, 1 Concha de Plata, e una nomination al premio BAFTA.

Dedicatasi da tempo alla scrittura di cui disse “adesso voglio solo scrivere, dipendo solo dal foglio bianco, che mi da la possibilità di stare a casa e godermi i miei affetti”, pubblicò due libri: “Sette sottane del 93 dove si legge “Faccio l’attrice per non morire” e “quando a 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ho capito che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’altra”, e il secondo testo “Il letto è una rosa”, dove c’è anche un monologo interiore dell’attrice che, sembra lascia intravedere le difficoltà della malattia che incalzava.

A fronte del suo percorso professionale e di vita, sono stati riconosciuti alla stacanovista Monica Vitti, ben tre attestazioni di pubblica benemerenza: dalla Francia l’onorificenza di Cavaliere della Legion d’Onore, dall’Italia sia quella di Commendatore al merito della Repubblica, che quella di Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.

La seducente Monica aveva scherzato varie volte sulla morte, soprattutto da quando il quotidiano “Le Monde”, a fine anni 80 commise un’assurda gaffe pubblicando il suo necrologio, ma purtroppo con sorella morte si finisce sempre di scherzare, e proprio dal 2022 l’esuberante Sette sottane”, a causa della malattia incurabile, che l’aveva colpita, senza mai essere ricoverata in ospedale, se non per una frattura del femore il 6 novembre del 2003, si ritirò a casa lontana dai riflettori, dove restò accudita per vent’anni, da suo marito e da una badante, fino al triste 2 febbraio 2022 in cui all’età di 91 anni venne davvero a mancare. Roberto Russo, ha spiegato che le prime avvisaglie della malattia della moglie le notò quando lei che ricordava i copioni a memoria, prese a dimenticare piccole cose come le chiavi, ma che la Vitti contrastò le prime iniziative di lui per farsi curare, asserendo di stare benissimo, e che da curare con le sue assurdità era lui e non lei; che successivamente assecondò la volontà di riservatezza di Monica, che le restò accanto attimo per attimo, nelle brevi passeggiate, nella quotidianità fatta di piccole cose, di strette di mano, di carezze, e poi di sguardi fondamentali, istanti di dolcezza per lui meravigliosi, come tutti i quarant’anni trascorsi insieme a quella donna per lui unica, insostituibile, che continuerà ad amare oltre il confine del tempo.