D: Outing, Coming Out, Fluider Gender… non mi sembrano termini che la entusiasmino.

R: Usiamo le parole pronunciate in un tempo storico, Fluid Gender è una nuova parola appartenente ad un gergo nuovo; negli anni 70 non esisteva questa terminologia, né alcuna teoria di genere, l’unico e vero segmento di unione era l’essere omosessuali.

Secondo me la parola che meglio funziona e visibilità, e questa direi che l’abbiamo raggiunta, per cui Outing, Coming Out, per il mio modo di vedere le cose si riferiscono a scelte individuali.

D: Il “Fuori” si federò al Partito Radicale. Che ricordo ha lei di quel Partito?

R: Non avevo mai preso tessere di partito. Quando Marco Pannella e l’avvocato Mauro Mellini, che all’epoca seguivano la causa dei giovani renitenti alla leva, mi vollero conoscere, piombarono in libreria a mia totale insaputa.

Mi invitarono al Congresso di Torino del Partito nel ‘72 e praticamente da quel momento mi identificai alla loro posizione riformista e fu l’inizio di un’avventura.

D: Si può essere gay non a sinistra?

R: Io non uso o mi guardo bene dall’usare ancora destra, centro e sinistra, del resto in quei tempi si diceva che a destra fossimo degli sporcaccioni, al centro dei peccatori e a sinistra una sovrastruttura borghese. Oggi si discute della teoria gender di Butler, ove il sesso non è un fatto anatomico ma creato dalla parola, e in questo il fanatismo di una certa sinistra (se proprio vogliamo usare questo termine, visto che di questo stiamo parlando), si è riconosciuta. Perciò direi che non uso le collocazioni destra, sinistra, centro.

D: La società era davvero contro i gay negli anni 70?

R: All’epoca noi eravamo figli della beat generation, ovvero i figli del 1968 influenzato dal libertarismo che ha portato una ventata nuova nella nostra società, e questo condizionò il mondo dell’epoca; Ora però è tutto incentrato nel rito annuale del gay Pride, ovvero una festa di un giorno all’anno che è davvero frustrante e fuorviante, perché si è passati da un atto rivoluzionario e innovativo ad una parabola discendente di festa fine a sé stessa.

D: Il rapporto del “Fuori” con il mondo femminista?

R: La mia prima libreria servì a liberarci. Nella mia prima libreria si svolgevano le prime riunioni del movimento femminista torinese e anche noi adottammo la politica dell’autocoscienza.

D: Quanto il “Fuori” è riuscito a influenzare i politici dell’epoca?

R: Eccetto i Radicali, noi non esistevamo. Abbiamo cercato di avvicinare gli extraparlamentari della sinistra, un disastro… vorrei ricordare un episodio significativo: quando raccogliemmo i soldi per contribuire al finanziamento del “Manifesto” raccogliamo 180.000 Lire dell’epoca. Il Giornale scrisse, firmato nei ringraziamenti della sottoscrizione, “un gruppo di torinesi” invece che di omosessuali torinesi.

D: Perchè il Partito Comunista vedeva male il “Fuori”?

R: Lo vedeva male. Avevamo proposto di commissionare alla Demoskopea un’indagine sull’omosessualità in Italia. Riuscimmo a realizzarla solo grazie all’assessore Giorgio Balmas (cultura) e all’assessore Gianni Dolino (istruzione); il sindaco Diego novelli fu obbligato a dare il suo benestare, ma impedì che l’indagine della Demoskopea venne resa pubblica e così rimase chiusa in un cassetto.

D: Cosa l’ha colpita maggiormente nel vedere la storia del “Fuori” raccontata in una mostra?

R: Sicuramente una gran gioia, perché mi ricorda la sua nascita nel 1971. Nel 2011 abbiamo prodotto un documentario sulla storia del “Fuori” in occasione del suo quarantennale, questo è importante perché evitò di essere scippati da chi voleva preparare una gran celebrazione datando il tutto al 1972 con la protesta di Sanremo; questo ovviamente cancellava ciò che era nato un anno prima. Sono felice del fatto che la mostra ristabilisce un’esatta cronologia dei fatti.

D: Un ricordo di Alfredo Cohen?

R: Su di lui sono uscite tante inesattezze, ed io preferisco evitare i particolari dei 10 anni vissuti con lui. Ricordo il suo essere poeta e insegnante, i suoi laboratori didattici, la sua sperimentazione pedagogica che oggi è ancora molto ricordata dai suoi allievi di allora. Abbiamo ristampato il CD originale con tutte le sue canzoni che uscì nel 1976 a cura di Franco Battiato.

D: Il DDL Zan?

R: Il DDL Zan fin dall’inizio bisognava capire che, con una impostazione ideologica tale, non sarebbe mai stato approvato in Parlamento. Al contrario, la legge di Matteo Renzi sulle unioni civili è stata approvata ma manca quella parte che doveva regolamentare la “Step Partner Motion”. Inoltre vorrei ricordare che la legge sulle unioni è come una legge monca, per via dei senatori 5 Stelle che fecero lo sgambetto a Renzi facendo mancare in aula il numero legale al momento della votazione.

D: Come vede il mondo LGBT in Italia? E’ unitario o frazionato?

R: Formato da molte associazioni in Italia, chiamarlo mondo LGBT è più corretto che non comunità gay.

D: Perché qualcuno la definisce di destra?

R: Perché ho collaborato con Libero quando venne fondato da Vittorio Feltri. Nel 2001 scrivevo su Israele, fu proprio Feltri che me lo chiese, conoscendo la mia profonda conoscenza di Israele. In quel periodo Libero fu, tra i giornali italiani, uno dei più filosionisti. Mi dimisi nel 2009 quando una nuova direzione assunse una posizione omofoba che ovviamente non condividevo.