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Interlenghi… Chi?

D: Cosa vuol dire per te essere elegante?

R: L’eleganza è per me una caratteristica dello spirito, niente che abbia a che fare esclusivamente con un vestito o un accessorio. Eleganza è cultura, è armonia, è consapevolezza. E’ esprimersi per sottrazione in un mondo dominato dall’eccesso. E’ saper essere incisivi senza dover essere chiassosi. Quando poi tutte queste componenti di una donna abitano un abito, allora per me quella donna è elegante.

D: In sintesi quali sono le tre caratteristiche della moda femminile A/I per questa stagione?

R: In sintesi: non ne ho idea. Non seguo i trend stagionali, non sono vittima delle mode del momento, non sto in coda giorni fuori dai negozi per avere quel capo o accessorio che qualcuno ha deciso al posto mio debba essere iconico e per forza irrinunciabile. E alla domanda: “Ma tu che sei esperta di moda, mi dici cosa va il prossimo anno?” riesco sempre e solo a rispondere: ”Va dove, scusa?”.

D: Qual è il capo che non deve assolutamente mancare nel tuo guardaroba?

R: Un vestito, bianco o nero, meglio se lungo e comunque tassativamente sotto il ginocchio. Coprirsi è un’arte. Nascondersi, per me, un’esigenza.

D: Com’è che sei diventata una fashion blogger?

R: Definizione che non mi piace e nella quale proprio non mi ci riconosco. Se parliamo di moda mi sono fatta ossa e cultura sul campo, lavorando fin da ragazzina nell’azienda tessile di mio padre. Ho iniziato in magazzino e finito progettando la collezione A/I ’98 -’99 del designer belga Olivier Theyskens. In mezzo tutto, e tanta, tantissima gavetta. Se parliamo di blog, inteso come scrittura, credo di aver iniziato prima a scrivere che a parlare. Ho sempre avuto paura di disturbare in qualche modo per cui scrivere è stato, fin da subito, il mio modo di esistere. Salvo poi scoprire che le parole scritte posso essere molto più disturbanti di quelle dette. Il giorno in cui ho deciso di condividere la mia scrittura e la mia visione della moda in uno spazio pubblico sono diventata, per gli altri, quella cosa lì che hai detto tu.

D: Un episodio davvero incredibile e a tratti surreale che ti è capitato nel tuo contatto con il mondo della moda?

R: Fashion week di qualche tempo fa. Ero in ritardo per un appuntamento e camminavo veloce, forse sembravo particolarmente sicura di me non so…Insomma arrivo davanti al Teatro Armani dove si era da poco conclusa la sfilata di Re Giorgio e mi ritrovo una cinquantina di fotografi che iniziano a corrermi dietro e a fotografarmi. Scena fantozziana, piazza bloccata, loro che mi chiedevano di posare, io che incredula che gli dicevo: “C’è un errore! Avete sbagliato persona!”. E io ridevo come una pazza e così hanno cominciato a ridere tutti, consapevoli di quanto ridicola fosse quella scena. Per farla breve: foto orrende, espressioni mie inguardabili e apparizione sul NY Times on line come uno degli street style milanesi più cool della stagione. Rido ancora adesso se ripenso all’inconsistenza del tutto.

D: Qual è il tuo stilista preferito?

R: Yohji Yamamoto, ma tutta l’estetica dell’imperfetto e del non finito della scuola giapponese è stata illuminante per me. E Martin Margiela per la sua lezione sul decostruzionismo e per il culto dell’invisibilità di cui sento oggi grande nostalgia.

D: La moda, fuori dal processo creativo e di marketing, può essere un lavoro?

R: Difficile rispondere. Ai miei studenti (insegno storia della moda allo IAAD di Bologna) dico di non immaginarsi solo come designer, di essere creativi anche nel ripensarsi, specie in un momento storico come questo in cui il lavoro non c’è e bisogna un po’ inventarselo. Creatività e opportunità trovano terreno fertile nella crisi. Approfittatene, gli dico.

D: Una domanda che non ti ho fatto e che avresti voluto ti facessi?

R: Avrei voluto che mi chiedessi chi sono stati i miei maestri. Ti avrei detto due fotografi. Giovanni Gastel, che al termine della nostra intervista mi ha esortato a trovare una parola per definirmi e intorno a quella costruire tutta la mia estetica e la mia etica. Io ho scelto grazia. Vorrei scrivere e condurmi con grazia. E Mustafa Sabbagh che mi ha fatto capire che la bellezza è imperfezione, che la vera bellezza disturba. E mi ha insegnato, con il suo lavoro e le sue parole, ad accogliere con la stessa benevolenza grandezza, se mai ne avrò, e pochezza che invece, in quanto essere umano, avrò sempre.

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