Matera, un paesaggio bianco, monotono e calcinoso, i cui profili contrastano con il cielo blu che muta ogni volta la prospettiva sul precipizio.

Benché non fossi così tanto entusiasta nel volerla visitare, posso affermare che mi ha da subito rapito per la sua struggente bellezza, per poi amarla nel suo svelarsi con cautela, nel mio guardarla con occhi più consapevoli.

Non riesco a descrivere con le parole lo stupore nel trovarmi dinanzi alla maestosità di Matera, per cui faccio mie queste parole di Primo Levi, che in Basilicata trascorse il suo periodo di confino tra il 1935 e il 1936, “Alzando gli occhi vidi finalmente apparire, come un muro obliquo, tutta Matera. È davvero una città bellissima, pittoresca e impressionante”. “Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’inferno di Dante, in quello stretto spazio tra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto”.

Proprio così: stranita guardo e riguardo, aguzzando la vista soffermandomi fra i vicoli, su quelle strade che diventano tetti e poi di nuovo strade, scalinate, terrazzini e affacci su dirupi.

Roccia, mattoni, tegole dei tetti, nulla sfugge a questa tenue monocromia diffusa. Un ambiente scenicamente e fotograficamente perfetto per un set, adesso capisco perché diversi registi, hanno scelto proprio i vecchi sassi come ambientazione dei loro film, uno su tutti Mel Gibson con la sua “Passione di Cristo”.

Matera è un territorio che l’uomo ha sempre abitato ed attraversato, lasciando evidenti segni del suo passaggio e dei suoi siti stanziali, dal paleolitico al neolitico, fino ai giorni nostri; segni della presenza ininterrotta dell’uomo in questo habitat, prima raccoglitore, poi pastore e agricoltore.

In uno dei miei primi affacci avverto quasi un senso di vertigine, nonostante sia ben appoggiata ad un parapetto e ami andare in deltaplano: credo che sia lo “stordimento” di questa torre di babele con case su case, sassi su sassi, dirupi su dirupi.

Il colpo d’occhio che offre è straordinario, in alto domina il duomo e ad anelli si scende in basso fino a raggiungere la parte più antica.

Il nucleo originario della città è situato dentro due anfiteatri: il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano.

Il primo, rivolto a sud, è disposto come la cavea di un teatro, con le case-grotte, che scendono a gradoni, come in procinto di gettarsi nel dirupo. Un “verminaio” come la definì sconvolto il presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli, dove gli uomini vivevano all’interno di grotte insieme agli animali e in una situazione di totale assenza di salubrità, case-grotte abbandonate solo nel corso degli anni ’50.

Nel cuore del Sasso Caveoso, una ripida scalinata conduce al piano sovrastante l’ex complesso monastico di Santa Lucia alle Malve, dove sono presenti una quantità di tombe, “cimiteri sopra le case, i morti sopra i vivi”, una necropoli di epoca longobarda nota come Cimitero barbarico. Qui il turista, ammirando la suggestiva vista dell’altopiano murgico, ci cammina sopra senza neppur pensare a cosa sta calpestando.

Il Sasso Barisano invece, rivolto ad est, è il più ricco, adorno di portali e fregi, con eleganti facciate di pietre intagliate, che ne nascondono il cuore sotterraneo. Entrambi, Sasso Caveoso e il Sasso Barisano, sono organizzati in vicinati, vale a dire un insieme di abitazioni che si affacciano su un piccolo spazio, sul modello delle kasbah orientali; le diverse famiglie condividevano delle proprietà comuni, come il pozzo, il forno, il lavatoio ma anche la cura dei bambini e degli anziani.

La civiltà rupestre mi è davanti, maestosa, con le chiese dalle antiche cripte, ieratiche figure affrescate, i Sassi e la Murgia materana; veri gioielli incastonati in uno scrigno di pietra, in valloni aspri ed isolati, rappresentano preziose eredità dei monaci bizantini e benedettini insediatisi nell’alto Medioevo. È un esempio di arte che deriva dal degrado, dalle condizioni di miseria, sembra paradossale eppure è così, questi luoghi sono stati salvati dall’emigrazione, dall’abbandono; un’invisibile risacca della storia, che ha permesso l’integrità del paesaggio.

Lo sguardo si sposta su ciò che sto sfiorando casualmente; sono i fossili che emergono silenziosi da calcarenite arenaria proveniente dall‘oceano.

Gusci di conchiglie, lische di pesce, denti di squali, alquanto mutati, consumati, raccontano una storia di milioni di anni fa.

Esseri viventi, inondati dall’immensità del mare, poi lentamente soffocati con l’asciugarsi delle acque, e incastrati nelle rocce.

Testimoni del tempo, hanno imparato ad apprezzare il soffio leggero del vento che qui negli anni ben poco ha scalfito; hanno imparato a convivere con l’incessante scalpellio, i cui buchi hanno creato la fisionomia di un paese cieco ma al tempo stesso guardiano della stessa città; hanno imparato a stimare questo popolo che ha saputo cosa significa poter contare solo su se stessi, avere solo le pietre, i Sassi, e saper vivere comunque.

Silenti spettatori di un mondo povero di risorse, ma dignitoso, ricco di valori, per poi però vederlo abbandonato e rinnegato e che oggi ribaltando ogni aspettativa riesce ad avere un riscatto, sia architettonico che sociale e collettivo.

Matera, inserita tra i paesaggi culturali del patrimonio mondiale dell’Umanità dall’Unesco e quale Capitale della Cultura 2019, orgogliosa, si mostra nella sua splendida veste a festa, attraendo centinaia di migliaia di turisti.

Questo piccolo grande mondo, oggi finalmente scrollandosi di dosso l’eredità di “vergognosa miseria”, è consapevole della propria storia e vuole trasformarla in una risorsa preziosa. Matera, senza timore, ancora una volta può uscire vincente dalla sfida con il tempo.

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