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Irene Dionisio per OrlandoMagazine

D: Quali sono le caratteristiche che differenziano questa edizione del festival da quella precedente?

R: Non parlerei assolutamente di differenze ma bensì di continuità e sviluppo. Si è lavorato per rafforzare le tracce dei quattro concorsi e dei focus. Quest’anno inoltre si cerca di dare rilievo ad un concetto assai importante come quello della visibilità visto il cinquantenario di Stonewall.

D: Se tu dovessi indicare qualche opera che ti ha colpita o che pensi possa incontrare ii favori del pubblico?

R: Sicuramente i film di apertura e chiusura. “Plaire, aimer et courir vite” di C. Honoré e “Les crevettes pailletées” una commedia della Universal ambientata nel mondo dello sport pallanuotistico. All’interno del concorso iconoclasta segnalo l’opera di Tonino De Bernardi “Libera Vita” e infine per la categoria documentari “Normal” di Adele Tulli e “L’unione falla forse” di Fabio Leli.

D: Cosa auguri per il futuro del festival?

R: Un prosieguo glorioso, in autonomia e nel rispetto della tradizione storica, ma anche delle nuove linee legate alla dialettica queer, il “femminile” e naturalmente la ricerca cinematografica.

D: I tuoi progetti futuri?

R: Sono in fase di sviluppo con il mio nuovo progetto di lungometraggio “La voce di Arturo” con Vivo Film, selezionato alla Berlinale Talents 2019. Inoltre il 7 maggio sarà presente con un mio lavoro video installativo al Piemonte Pavillon voluto da Castello di Rivoli, Fondazione Sandretto Rebaudengo, Regione Piemonte per la Biennale d’Arte di Venezia. Nel 2020 debutterò inoltre alla regia di uno spettacolo teatrale sulla storia del cinema queer.

D: Di tutti i film che hai visionato in tutte le tre edizioni ce n’è uno che ti è rimasto nel cuore e di cui consigli caldamente la visione?

R: Ho molto amato “God’s Own Country” di Francis Lee per le meravigliosi interpretazioni, la regia asciutta ed elegante e naturalmente per la potenza drammaturgia.

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