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Tributo a Robert Mapplethorpe: il classicista travestito da diavolo

«Non lasciate che mi dimentichino», disse Robert Mapplethorpe al fratello Edward poco prima di morire di AIDS.

Certamente non abbiamo dimenticato ne’ lui né la sua arte che sebbene abbia continuato a destare scalpore anche post-mortem, appena lo scorso settembre sono stati censurati alcuni scatti esposti al Serravalves Museum di Porto, non si può negare che abbia influenzato la fotografia contemporanea sublimandola ad arte.

Oggi, a 30 anni dalla morte, siamo ancora più grati e non c’è modo migliore per rendergli omaggio se non quello di far conoscere e ammirare la forza visiva dei suoi lavori, la bellezza del corpo umano tra erotismo e arte, scoprire le inedite interpretazioni a dispetto del tempo passato e dei cambiamenti nel gusto.

Mapplethorpe infrangendo barriere artificiose che non avevano senso di esistere, è stato tanto contrastato in vita quanto poi essere apprezzato come uno dei più importanti fotografi del ventesimo secolo, ottenendo un ampio consenso generale tra trasgressori e perbenisti, omo ed etero.

La sua è una vasta, provocante e potente opera, oggi sempre più disseminata qua e là in bella vista nei salotti buoni di mezzo mondo, gallerie d’arte, spazi museali, trovandosi persino a dialogare al cospetto di importanti opere classiche.

A definire i suoi volumi non è lo scalpello, bensì l’uso magistrale del chiaroscuro e della luce, la predilezione per le linee forti, nette, i volumi plastici, la posa, la gestualità studiata e controllata in maniera estremamente razionale per raggiungere la perfezione della forma in un mondo tutt’altro che perfetto.

Esplosioni di bellezza ed erotismo con il dolore, il piacere e la morte, che sfidano gli standard estetici classici, che spesso ricordano gli studi dell’arte e della scultura rinascimentali.

Al contempo rievocano l’ossimoro per la ruvidezza al limite della violenza, con soggetti tratti dall’underground americano, e la rappresentazione di un ideale estetico vicino al gusto classico.

Un corpus di iconiche fotografie, in particolar modo pose di nudo artistico o di chiaro riferimento erotico, ma anche dettagli del corpo, corpi fasciati in latex, in corde, nudità e fetish agli estremi, spesso in posizioni BDSM che rispecchiavano le sue ossessioni verso il mondo queer e la rivoluzione sessuale dell’epoca.

Opere improponibili, i cui temi non potevano neppure essere menzionati, il più delle volte censurate, a volte ritirate dalla polizia nonostante esposte nei più importanti musei.

Foto che hanno fatto tanto discutere negli anni ‘70 e ‘80, bollate in un’interrogazione al Senato come «oscenità travestite da arte» eppure per Mapplethorpe “un viso, un pene, un fiore hanno lo stesso valore, quello di una scultura nello spazio“.

È grazie a lui se in fotografia è caduta la barriera artificiale fra “arte” e “pornografia”, infatti oggi l’imitazione mimetica dei codici e delle convenzioni della fotografia pornografica nella foto d’arte non scandalizza più nessuno, anzi viene utilizzata perfino in campagne pubblicitarie di moda.

L’Italia dedica tre mostre (Roma, Napoli, Torino) a quell’oltraggioso uomo dell’immagine, della visione, a quell’impavido del tabù, a quel fotografo scandaloso ossessionato dalla perfezione che ha influenzato con le sue immagini dalla composizione perfetta, generazioni di fotografi e artisti.

Iniziative organizzate in collaborazione con la Robert Mapplethorpe Foundation di New York, che si occupa di gestire il suo patrimonio e di promuovere la fotografia e la lotta contro l’Aids.

Il Museo Madre di Napoli al centro della grande retrospettiva “Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition” si concentra in modo inedito sull’intima matrice performativa della pratica fotografica dell’artista, a dimostrare che l’arte non finisce nel momento dell’opera ma è in continua evoluzione.

Una coreografia di ballerini nudi, segnati dalla muscolatura, danzano sulle vibranti noti rock di Patty Smith, il primo grande amore di Robert prima della definitiva scelta omossessuale.

Statuari corpi tanto femminili che maschili, con la medesima morbidezza dei movimenti, trasmettono sensualità, delicatezza ed esaltano la potenza del corpo dando tridimensionalità alle immagini di Mapplethorpe appese alle pareti.

Sguardi e corpi scultorei quasi a sfiorare e sfidare il pubblico che assiste stupefatto alle performance. Nel percorso espositivo si è rapiti infatti da una serie di coreografie, di azioni danzanti “site-specific” incastonate negli spazi, pensati come una interazione tra “astanti” e “celebranti”, facendo riemergere cifre rituali, atmosfere cerimoniali, come nelle azioni dei misteri antichi.

Nell’inedits performance site-specific “Dennis with Flowers”, ispirata all’opera di Mapplethorpe Dennis Speight with flowers (1983), le figure nude percuotono il corpo con le calle bianche, fiore prediletto dell’artista, in una processione con cadenza ritmica, una visione meravigliosa, una bellezza che è anche sofferenza e sublimazione. Trasfigurazione dal reale della foto che si anima nella catarsi di una crocifissione, di una flagellazione fino a ridurre i gigli dal lungo stelo in brandelli sui corpi.
La mortificazione del corpo non è da intendere come rituale di purificazione bensì istinto potente e incontrollabile.

La ricerca della spiritualità più profonda che attraversa il peccato e la punizione, in una performance costruita intorno ai binomi male/bene, diavolo/angelo, sesso/fiore, candore/nudità, colpa/espiazione.

Non solo un dialogo con i corpi vivi dei performer, ma anche con le opere in un full immersion nell’arte.

La mostra propone oltre 160 scatti di indiscussa forza e intensità che incollano alla parete le visioni di una vita tanto sopra le righe quanto immersa nel profondo; scatti associati a opere del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e del Museo e Real Bosco di Capodimonte, come ad esempio la comparazione fra antico e moderno, fra scultura e fotografia, attraverso le istantanee Ken and Lydia and Tyler del 1985 e le statue in marmo, il Torso del Diadoumenos, il Torso di Atleta tipo Amelung e il Torso di Afrodite, del I e II secolo d.C..

Quale testimonianza dell’interesse che Mapplethorpe aveva per la storia dell’arte, per la cultura classica, rinascimentale e neoclassica.

La luce poetica di Robert Mapplethorpe si irradia in un piacere dei sensi tra arte antica, modernità, fotografia e danza.

È proprio il caso di dire che guardare non è peccato, invece non andare a guardare è un grave peccato!

 

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