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Francesca Stajano: «Non solo scandali: ecco chi era zia Giò»

Il suo nome per esteso era Maria Gioacchina Stajano Starace Briganti di Panico, ma tutti la conoscevano come Giò. Negli anni Sessanta fu celebre come uno dei primi omosessuali pubblicamente dichiarati in Italia. Ma la sua esistenza fu molto più ricca e profonda dei racconti della dolce vita romana che pure la videro protagonista e spesso anche narratrice, grazie alle spiccate doti culturali unite a una buona dose di provocatorietà.

Giò Stajano (Sannicola, 11 dicembre 1931 Alezio, 26 luglio 2011), fu infatti scrittrice, giornalista, attrice e pittrice. Visse una vita intensa anche sotto il profilo umano e religioso e c’è chi, come sua nipote Francesca, apprezzata attrice di teatro e di cinema legatissima a zia Giò, vorrebbe che la sua figura venisse conosciuta più a fondo e più profondamente dello strato di belletto che la rendeva impeccabile.

D: Francesca, ritiene che sua zia sia stata in qualche modo banalizzata dalla narrazione comune?

R: «Sì, perché tutti di lei hanno saputo le cose più evidenti: lo scandalo, le scelte sessuali, il fatto che provenisse da una famiglia di destra (suo nonno era il gerarca fascista Achille Starace) e questo contrasto è stato più volte strumentalizzato portando a una certa semplificazione della sua vita».

D: Lei ha più volte cercato di mettere in luce la sua complessità, invece, anche rispetto alla scelta di rendere pubbliche la sue preferenze sessuali in un tempo in cui era piuttosto difficile.

R: «Sì, io ritengo che lei abbia avuto un ruolo fondamentale per l’emersione dell’omosessualità in anni in cui l’argomento era di fatto un tabù. Non fu l’unica, è chiaro, ma certamente ha portato sulle spalle il peso e la responsabilità di voler sdoganare l’omosessualità e le libertà di espressione delle proprie inclinazioni. Di non volerla nascondere».

D: Nel suo caso, era in ballo la stessa identità sessuale. Di fatto si sentiva una donna. Quando iniziò a manifestarlo?

R: «Fin da piccolo, giocando con mio padre che era il suo fratello più piccolo, Giò si vestiva da sposa con una rete dei pescatori usata come velo. Il tutto avveniva nel palazzo di Gallipoli in cui vivevano».

D: Giò è stata spesso trattata come un’icona di un preciso periodo storico. Crede che sia stata in qualche modo una vittima della sua immagine trasgressiva e glamour?

R: «Mia zia seppe certamente vendere il suo personaggio e probabilmente questo la divertiva, la Dolce vita romana è stata come un vasetto di miele in cui ficcarsi, conoscere gente influente, avere un ruolo molto attivo negli ambienti che contano. Questo le diede anche materiale e ispirazione per scrivere bellissimi libri, come “Roma capovolta”, “Il letto stretto” e “Meglio un uomo oggi” (che la censura trasformò in “Meglio un uovo oggi”): sicuramente diede molto scandalo ma il suo obiettivo, accanto a quello di divertirsi visto che era una vera gaudente, era anche scuotere e far riflettere. Basti pensare a quando fu chiamata come testimone nello scandalo dei “Balletti verdi” che coinvolse alcuni senatori».

D: Cosa accadde?

R: «Si fece insegnare a fare la maglia e quando si presentò in aula iniziò a sferruzzare. Una provocazione molto raffinata per far riflettere su ciò che agli uomini era culturalmente negato, al di là del sesso».

D: La sua era una famiglia molto in vista, come prendeva la cosa?

R: «Non tutti la accettarono: alcuni parenti non vedevano di buon occhio che fosse sempre sui giornali, visto che si tratta di una famiglia molto discreta (tranne me, che come la zia sono una pecora nera). Ma mantenne sempre un legame forte con il clan: era sempre la prima a ricordare le ricorrenze, a portare regali per tutti. Alla fine divenne quella che più di tutti riusciva a tenere le fila della nostra numerosa e litigiosa famiglia. Un punto fermo».

D: Una donna di cuore e anche di polso, insomma.

R:«Sì, spesso con parole pungenti, anche grazie alla sua capacità lessicale e all’intelligenza vivace, riusciva a essere molto incisiva ma sempre senza cattiveria».

D: A 50 anni, nel 1983, cambiò sesso, fu tra le prime a operarsi a Casablanca. Una scelta che aprì uno scenario nuovo.

R: «Sì, ma per lei non fu un cambio di sesso e lo descrisse bene. La prima volta che si presentò in famiglia vestita da donna, a Sannicola, tutti si chiedevano chi fosse e lei disse semplicemente “sono zia Giò”. Dopo pranzo ci prese tutti attorno a sé e ci spiegò cosa le era accaduto: “Dentro di me c’era una donna imprigionata nel corpo sbagliato, ora sono diventata fuori quello che ero dentro”.

D: Parole semplici, insomma.

R:«Sì, semplici e illuminanti perché tutti capimmo quanto fosse giusto e quanto avesse sofferto prima».

D: L’operazione le costò cara, però.

R: «Sì, se ne andò per una conseguenza di quell’operazione. Erano passati diversi anni, ne aveva 78 anni, ma i problemi legati all’intervento erano iniziati da subito, perché l’apparato urinario non era venuto perfetto. La tecnica era ancora poco sperimentata, tanto che prima di lei ci furono persone che persero la vita nell’intento di realizzare il loro sogno».

D: Quasi una martire, insomma?

R: «Sì, della propria identità. Lei era pronta a tutto pur di corrispondere a ciò che sentiva dentro. E lo ha pagato».

D: Qual era il rapporto tra Giò e il fascismo?

R: «Chiaramente essendo nata nell’epoca in cui il nonno era il segretario del partito di Mussolini, mentre era ancora un ragazzetto venne coinvolto nelle manifestazioni, ecc: era un figlio della Lupa. Anche mio padre era un giovane balilla. Era per loro un divertimento, ma una volta cresciuti presero le distanze. Giò non amava la disciplina e in varie interviste ha dichiarato di sentirsi un’anarchica benché ci fossero delle influenze monarchiche nella nostra famiglia. Quando uscirono i suoi libri si faceva chiamare contessa Briganti di Panico».

D: Un ritorno alle origini dopo gli anni dello scandalo?

R: «Dopo il cambio di sesso si dedicò a molti esperimenti dal suo nuovo corpo di donna: non è un segreto che avesse iniziato a vendersi. Diceva: “Ho sempre pagato io, adesso voglio che gli altri paghino me”. Era molto pura, selvaggia, in questo. Si divertì molto. Ma poi il divertimento finì, aveva bisogno di esplorare altro».

D: E arrivò la fede.

R: «Sì, la fede la conosceva dai tempi del collegio Argento dove con mio padre aveva studiato dai Gesuiti. Ma dopo aver esplorato le possibilità del corpo iniziò a esplorare anche l’anima ed è qui che Giò a mio avviso diede il meglio di sé. Si dice che i più grandi santi siano stati grandi peccatori. Beh, successe anche a lei: aveva molto peccato, in senso religioso, e la sua fede divenne fortissima».

D: Crede che ci fosse qualche forma di pentimento?

R: «Non credo che rinnegasse la sua esistenza e le sue scelte ma ad esempio quando nel 2003 morì mio padre, il suo amato fratello Achille, lei non si perdonò di essergli sopravvissuta. Perché lui e non io, ripeteva».

D: Aveva paura della morte?

R: «Un giorno nella sua casa di Sannicola, circondata dai suoi ricordi, mi disse: Chicca, noi siamo come lampadine e facciamo luce e per un certo periodo. Poi un bel giorno ci fulminiamo ma l’energia resta e basta cambiare la lampadina perché torni la luce. Quel giorno mi ha insegnato l’eternità».

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