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Franco Audrito, ovvero Mister Studio65

D: Come nasce Studio65 a Torino?

R: A 22 anni studiavo pittura e facevo il pittore. A un certo punto però rifiuto di farmi riconoscere come tale, era per me troppo restrittivo, il mio reale interesse era rivolto all’impegno sociale e politico. Quelli erano gli anni della contestazione e io mi buttai a capofitto in questa esperienza, che sentivo mia. Fu così che coinvolsi altri sedicenti “pittori”, facendo frutto e tesoro delle loro esperienze nacque un circolo di azione che aveva il compito di cercare attraverso l’arte di intervenire su quello che stava accadendo nel mondo ovvero stavamo cercando la via per costituire un’avanguardia di lotta. Nel ’65 faccio un manifesto della mia vita, Studio65. La stessa grafica è di perse rivoluzionaria e provocatoria, con chiari rifermenti alla sessualità e alla provocazione pura. In essa vi era l’ispirazione al Gruppo63 di Umberto Eco e agli insegnamenti di Asor Rosa, ovvero un rifiuto della struttura borghese del linguaggio architettonico e del design.

D: Ovviamente i materiali per realizzare le tue idee erano per quell’epoca rivoluzionari…

R: Certo, il poliuretano e il lattice di gomma non furono designati per la produzione ma bensì per concorsi e arredi di interni. Erano una rappresentazione delle idee fortemente critiche della società circostante fondate su una forte ironia dissacratoria.

D: Però divennero oggetti che si diffusero?

R: Alcuni si altri rimasero dei prototipi. Per esempio la Michey dei Sogni rimase un prototipo come il divano di foglie d’acanto o il Brucone. Mentre La Bocca, Il Capitello, Babylonia ebbero un gran successo. In seguito questi oggetti furono molto copiati, pubblicizzati, citati e usati nel campo cinematografico e televisivo. Del resto anche Beyonce nel suo ultimo tour sul palco ha un divano bocca. Da li, ad esempio del Divano Bocca nacquero varie edizioni speciali come la Dark Lady col piercing o il Bocca d’Oro.

D: Come mai ad un certo punto la maggioranza delle persone identifica te con la Gufram?

R: La Gufram era una famiglia di mobilieri Canavesani, tre fratelli, ognuno bravo in un processo produttivo al punto tale che divennero per moltissimi architetti, che usavano un design particolare, un punto si riferimento. Per esempio il caso di De Rossi con il suo Pratone o Gilardi con le sue opere. Dal successo prende vita un sodalizio e con questo sempre nuove collaborazioni. Le mostre dello stesso Gufram all’estero ( Europa) sono frutto del nostro contributo. Nel 2000 viene venduta al Gruppo Charme, dove tra le aziende vi è Poltrone Frau. I Cassina però non ottengono i risultati sperati; a quel punto interviene Sandra Vezza che da il marchio in gestione al figlio Charlie che compie un’ottima opera di rilancio facendo tornare il marchio sempre più cool a livello internazionale.

D: Quali sono le nazioni dove avete avuto maggiore successo di pubblico?

R: Beh… molti pezzi sono ancora icone ovunque ma negli anni ’70 i punti di massima partenza furono Germania e Stati Uniti. Solo dopo vennero Francia e Inghilterra.

D: E i personaggi he hanno interagito con i vostri prodotti?

R: Tanti, tantissimi… mi è difficile citarli tutti, però Madonna lo ha in casa, Beyonce lo ha usato nei suoi concerti, Marisa Berenson e la miglia di Mick Jagger.

D: Progetti futuri?

R:  Molti dei miei progetti futuri sono legati alla mia associazione culturale “Mercanti di Nuvole” che ha il compito di promuovere l’archivio storico di Studio65 e il design radicale con mostre, seminari e “residenze” ovvero scambi studio con finalità di esperienza progettuale, un interscambio di sensibilità fondata sull’etica e sulla possibilità di poter esercitare la fantasia per aver uno sbocco completo.

D: Cosa diresti ad un giovane che vuole intraprendere la stra da del designer?

R:  A loro dico di non pensare al mercato ma di provare ad essere modificatori del linguaggio, facendo quello che si sentono di fare, cercando di essere degli artisti e non dei ragionieri.

D: Una domanda che non ti ho fatto ma che avresti voluto che ti facessi?

R:  Quella di quale messaggio potrei lanciare ai giovani: essere se stessi, non arrendersi, sognare e lottare per realizzare i propri sogni; trovando la forza di resistere alle difficoltà con un proprio coerente rigore finalizzato all’ottenimento dell’obiettivo.

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