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Colazione da Tiffany compie 60 anni: ricordo di un capolavoro senza tempo

Nel lontano novembre 1958, esattamente sessant’anni fa, usciva su Esquire la prima pubblicazione di “Colazione da Tiffany”, romanzo capolavoro del geniale e raffinato Truman Capote, specchio di un’America ancora sopraffatta dai venti della guerra fredda e già connotata da una certa ansia di trasgressione. Leggerezza, freschezza, eleganza, sono le peculiarità che hanno reso eterno e intramontabile questo piccolo gioiello, un concentrato di stile e anima racchiuso in appena cento pagine.

La protagonista del libro è Holly Golightly, una ragazza sui generis, dolce e irrequieta, cinica e sognatrice, deliziosamente svampita e allegramente insofferente alle convenzioni sociali. La sua storia ci è narrata in prima persona, attraverso un lungo flashback, da un aspirante scrittore, un tempo amico e vicino di casa di questa giovane donna “di passaggio”, da cui rimane profondamente affascinato ancora prima di conoscerla (” Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come una canzonetta…”). Inizia così un rapporto ambiguo, dai contorni sfumati, dove affetto, amicizia e ammirazione faranno da sfondo ad una lunga serie di imprevedibili peripezie. La ricerca di stabilità della protagonista, e quindi di un posto nel mondo in grado di farla sentire serena come la gioielleria Tiffany (” Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E’ una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non può capitare niente di brutto là dentro… “), è costantemente eclissata da un’inquietudine di fondo che la porterà a scappare di fronte a qualsivoglia tipologia di impegni e doveri fino al malinconico epilogo.

L’ancora più nota trasposizione cinematografica omonima del capolavoro di Capote arriva dopo soli tre anni dalla sua pubblicazione per mano del pluripremiato Blake Edwards. Nonostante le numerose critiche dello scrittore (che avrebbe tra l’altro voluto Marilyn Monroe nel ruolo della protagonista) ai drastici cambiamenti di sceneggiatura, il film ottiene un successo sorprendente, aggiudicandosi ben cinque candidature agli Oscar, di cui due vinti. Le evidenti modifiche di copione (a partire dal fiabesco happy ending) infatti, lasciano comunque intatte tutte le peculiarità del romanzo, dalla grazia alla freschezza, dall’ironia alla leggerezza, rendendola forse la pellicola più nota di tutta la commedia americana. Meriti indiscussi vanno anche alle celeberrime musiche del premio Oscar Henry Mancini (chi non ha mai canticchiato almeno una volta in vita sua la romantica “Moon River”?) e ad un eccellente cast di attori che annovera il fascinoso George Peppard e l’ elegantissima Audrey Hepburn nel ruolo di protagonisti. Un film intramontabile e senza tempo, di moda e di tendenza, che le lungimiranti locandine del ’61 non esitarono a definire “eternamente chic”.

Clizia De Rossi

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