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famiglie: mettiamoci la faccia!

Questo lavoro è iniziato 21 mesi fa in risposta alla polemica scatenatasi a Torino, la mia città, dopo la decisione presa dalla giunta di declinare al plurale l’Assessorato alla Famiglia. Il segnale di apertura nei confronti di tutte le variegate possibilità di unione basate sull’amore, veniva attaccato con una frase che prendeva spunto da un termine che era stato imposto, pena la non approvazione della legge 76 sulle Unioni Civili, al primo articolo della stessa. Le unioni civili per non essere equiparate alle famiglie, venivano denominate con un termine tecnico e asettico di nuova coniazione: “formazioni specifiche sociali”.

Non spetta forse alle singole unioni familiari definirsi o meno famiglia? Famiglia non è forse questione di tempo, di notti insonni, di progetti, di bollette da pagare, di desideri appuntati sul calendario, di vicinanza alle esigenze dell’altro, di attenzione, ma anche di lacrime di gioia e di dolore? Posso inginocchiarmi ai piedi della mia compagna e chiederle di essere la mia formazione sociale specifica? Formazione specifica di cosa?

Le parole sono importanti. Le peculiarità degli esseri umani sono importanti. Le storie di vita sono complicate e si sviluppano lungo trame imprevedibili. Alcune scelte richiedono coraggio più di altre. Alcune percorsi non rientrano negli standard perché è necessario che essi possano fondarsi sui presupposti della coerenza.

Questo progetto è il risultato di un’aderenza totale a tutte le emozioni che ho provato, da anni a questa parte: dall’indignazione per l’invenzione di un altro termine ghettizzante e per il suo utilizzo in modo inappropriato, quasi offensivo rivolto a esseri umani categorizzati come diversi solo perché coerenti con il proprio cuore, alla soddisfazione incredibile di poter fare della mia arte lo strumento ideale per compensare il gap di disinformazione causato dalla strumentalizzazione e dall’indelicatezza e semplificare una realtà sociale che non posso e non voglio solo limitarmi a criticare.

Fare famiglia richiede tempo. La mia risposta, neanche a farlo apposta, richiese nove mesi di duro lavoro, di contatti e incontri con le famiglie interessate, di notti passate a lavorare sui tratti dei loro visi.

Sono partita con un appello: “famiglie: mettiamoci la faccia!”, e la prima ad averci messo la faccia sono io stessa. E in tutto questo l’appoggio e la vicinanza della mia compagna e dei miei amici è stato fondamentale.

Quando iniziai questo lavoro, un’amica mi consigliò di rimanere a contatto con il mio cuore. Non mi era chiaro cosa avrei dovuto fare per seguire il suo consiglio, ma oggi so di averlo fatto, altrimenti il progetto non sarebbe stato abbracciato da un entusiasmo che definirei collettivo e che ha anche preso la forma giuridica di Associazione (Artemixia APS), grazie alla quale ho avuto la possibilità di portarlo nel cuore – nei cuori – della città, in Piazza Castello, in Sala Mostre Regione Piemonte.

Un giorno dissi, quando il lavoro era ancora in costruzione, che questo era un progetto sulla bellezza.

Oggi posso dire, a distanza di un anno dalla sua prima esposizione al pubblico e dopo averlo allestito e portato in una decina di location e città diverse, che questo è un progetto sulla riflessione.

Mentre realizzavo i ritratti a suon di carezze e lentezza, in contrapposizione all’indelicatezza dei termini politici, mediatici e giuridici e alla velocità con cui le parole vengono dette senza troppa riflessione, avevo in mente di proporre un messaggio sul quale il pubblico avrebbe solo dovuto posare lo sguardo per capire.

Mi resi conto, a partire dalle prime esposizioni, che anche quello sguardo veniva concesso nella velocità, e quindi decisi di rallentarlo: chiesi dunque agli osservatori di mettersi di fronte ai quadri, di chiudere gli occhi, riaprirli e rispondere a una domanda: “chi fra queste è famiglia?”.

Il pretesto era condurli verso una riflessione che andasse al di là della semplice visione della mia opera. L’opera si trasformò nella loro risposta: “tutti”. La maggior parte degli intervistati rispose “tutti”.

E poi ci rendemmo conto che potevamo raccontare, attraverso altre forme d’arte (la musica e l’espressione corporea), del percorso che conduce all’umanizzazione nella nostra contemporaneità, del rapporto dell’individuo con ciò che gli viene costruito addosso dalla cultura e dal sistema sociale e del suo duro lavoro per raggiungere e recuperare, la propria unicità, il proprio gesto originario. E fu così che nacque Tavolozze Armoniche, dove i movimenti di Henni Rissone duettano con la costruzione musicale di Jordan D’Uggento.

E se non ci fosse la possibilità di appendere ai muri i miei quadri?  Troverei il pretesto per chiedere agli osservatori un nuovo sforzo, questa volta di delicatezza e di vicinanza, più che di lentezza. Ed è così che in piazza Colonna a Roma, a Palazzo Ferrajoli, di fronte Palazzo Chigi – durante il convegno “verso il matrimonio egualitario” – ho predisposto i miei quadri su tutta la superficie del pavimento, a mezzo metro di altezza su degli fragili supporti da me realizzati, distanziati tra loro da stretti corridoi. Sulle porte di ingresso alla stanza due cartelli avvisavano di “procedere con delicatezza, presenza di famiglie”.

L’opera era contenuta in quella richiesta implicita ad avvicinarsi realmente alle famiglie, agli esseri umani ritratti, sui quali erano state calate le leggi, gli effetti delle stesse e gli infelici termini giuridici. Ma l’opera fu compiuta nel momento in cui una signora, distrattamente, urtò con la borsa uno dei fragili supporti, facendo cadere a terra una serie di quadri. Come potevo rendere al meglio l’indelicatezza?

Questa è l’arte secondo la mia visione ed esperienza.

Ringrazio Regione Piemonte e, Monica Cerutti per l’appoggio e le parole con cui ha descritto questo lavoro, Associazione Artemixia per l’organizzazione, Pr Grafica Online per il restyling grafico, CasArcobaleno e le associazioni Agedo e Sicurezza e Lavoro per la collaborazione, ma soprattutto ringrazio tutte le famiglie che hanno posato per i ritratti, la mia compagna e tutti gli amici che mi hanno aiutato in mille modi.

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