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La Cambogia archivia Pol Pot con selfie, Porsche e fast food

I giovani di Phnom Penh contagiati da consumismo e soldi cinesi
Nel weekend si affolla il primo centro commerciale della capitale, l’Aeon Mall Chi non fa shopping va solo per i selfie

 

Alza gli occhi dallo smartphone solo per dare una sistemata al trucco. Seduta ai tavolini dell’ultimo Starbucks aperto nel centro di Phnom Penh, Ah Nith è figlia del boom economico di cui la Cambogia è stata protagonista negli ultimi anni. Nata 21 anni fa nella provincia di Battambang – considerata «la ciotola di riso» del Paese – rivela che prima di trasferirsi nella capitale i suoi genitori hanno fatto una fortuna vendendo terreni agricoli. Con un tasso di crescita annuo del 7%, la Cambogia è una delle economie più vivaci del Sud-est asiatico e l’anno scorso il reddito pro-capite annuo ha superato i 1.260 dollari. Numeri che nella capitale raddoppiano rispetto al resto del Paese. Un Paese giovanissimo: oltre la metà della popolazione ha meno di 25 anni. «Amano sfoggiare status symbol: mangiano da Burger King, comprano un iPhone e vanno nelle caffetterie alla moda della capitale», dice un osservatore che da anni vive a Phnom Penh. Nel week-end affollano il primo mega centro commerciale aperto in città: l’Aeon Mall – 100mila metri quadri di negozi – costruito con capitali giapponesi e inaugurato nel 2015.

«Qui non si trova niente per meno di 20 dollari», dice Tann, 27 anni, che è appena uscita dal negozio Adidas con un nuovo paio di scarpe. Chi non può permettersi di fare shopping, passa all’Aeon Mall solo per un giro, scattare selfie davanti agli addobbi di Natale da condividere sui social. Secondo le stime della Camera di commercio europea a Phnom Penh, il 10% delle famiglie ha un reddito superiore agli 800 dollari al mese: l’embrione della classe media cambogiana che sta trasformando Phnom Penh. Nonostante la rapida modernizzazione, i settori più redditizi dell’economia restano nelle mani di poche famiglie influenti: clan che vantano relazioni con la politica e il primo ministro Hun Sen al potere da 32 anni. Nello sciame di motorini che invade le strade della capitale è facile scorgere Porsche, Bmw e Mercedes.

Con il benessere si accentuano le disuguaglianze sociali. Secondo la Banca Mondiale, nelle campagne il 13% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Una cifra che nel 2007 era il 48%. In questi anni, molti giovani cambogiani hanno lasciato le campagne per cercare un lavoro nel settore delle costruzioni o nelle fabbriche del tessile alla periferia della capitale. Srey Phea, 23 anni, chiacchiera con gli amici sul lungofiume, mentre dallo stereo esce K-Pop a tutto volume, ma se le chiedi del regime di Pol Pot, strabuzza gli occhi e taglia corto: «Quel che è accaduto è accaduto». Qui nessuno vuole ricordare che, tra il 1975 e il 1979, «il fratello numero uno» tentò di realizzare la più estrema utopia comunista, che presto si rivelò essere fame, tortura e morte per quasi 2 milioni di cambogiani. Quando i Khmer Rossi presero Phnom Penh, ne ordinarono la completa evacuazione, trasformandola in una città fantasma. Oggi i luoghi di quell’inferno – il campo delle torture S-21 e i Killing Fields – sembrano interessare solo i turisti, mentre i boulevard e le ville di epoca coloniale francese lasciano il posto a condomini dotati di tutti i confort, centri commerciali tirati a lucido e edifici di vetrocemento. Poco lontano dai tetti in stile khmer del Palazzo Reale, gli operai lavorano senza sosta al «The Peak»: quando sarà ultimato promette di essere una piccola città con condomini, centri commerciali, hotel, uffici. L’impresa che sta facendo i lavori è la Sino Great Wall. Non solo cinesi, anche giapponesi e sud-coreani provano a conquistare un pezzetto del nuovo sviluppo urbano di Phnom Penh.

A dominare la skyline della capitale sono i 39 piani del Vattanac Capital Tower e la Exchange Square, dove hanno sede banche e società finanziarie, in un Paese che sotto Pol Pot aveva abolito la moneta. Si stima che gli investimenti in infrastrutture nel decennio 2013-2022 saranno compresi tra i 12 e i 16 miliardi di dollari. Negli anni della guerra civile – «in realtà, una guerra tra le grandi potenze della Guerra Fredda», ricorda un diplomatico europeo – furono tagliate le linee telefoniche, oggi la metà dei cambogiani ha una connessione Internet e Facebook è diventata la principale fonte d’informazione. «Perché radio e tv sono i megafoni del governo», dice Tann. Sui social c’è anche chi sfida i tabù di una società ancora impregnata dei valori conservatori e contadini. Come la 23enne Catherine V. Harry che su YouTube ha parlato di masturbazione e verginità: attirando critiche e due milioni di visualizzazioni. Più che in ogni altro Paese della regione, Facebook è stato terreno per un vivace scontro politico e sociale. Tutto questo però coincide ora con il peggior giro di vite sull’opposizione degli ultimi decenni. Negli ultimi mesi, la polizia ha arrestato Kem Sokha, leader dell’opposizione del Cambodia National Rescue Party (CNRP), con l’accusa di aver cospirato con gli Stati Uniti per rovesciare il governo. Poi, la Corte Suprema ha sciolto il CNRP, dichiarato decaduti tutti i parlamentari ed estromesso dalla politica 118 esponenti dell’opposizione. In vista delle elezioni della prossima estate, nella fragile democrazia cambogiana è stata «cancellata» una forza politica che nel 2013 ha preso il 44% dei voti e che poteva insidiare il potere del primo ministro. «Sono soprattutto i giovani urbani ad aver votato per il CNRP perché più informati, bramosi di cambiamento e meno legati alla rete clientelare di Hun Sen».

Stati Uniti e Unione Europea hanno minacciato sanzioni, ma Phnom Penh ha reagito sprezzante. Mentre l’occidente condannava, Pechino assicurava di «sostenere gli sforzi della Cambogia nel difendere la stabilità politica». Negli ultimi mesi, Hun Sen è volato più volte in Cina – principale donatore e fonte d’investimenti in Cambogia – dove ha strappato nuovi pacchetti di aiuti e annunciato un think tank per «prevenire le rivoluzioni colorate». A ottobre Xi Jinping diceva che la Cina può essere un esempio per «quei Paesi che vogliono seguire lo sviluppo, senza sacrificare la propria indipendenza». La Cambogia di Hun Sen sembra aver abbracciato questo modello.

fonte: LA STAMPA

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