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Intervista a Cristina Leo, attivista  e psicologa romana

Cristina, te la senti di raccontarci qualcosa del tuo percorso di transizione? 

Il mio percorso di transizione, in senso lato, è iniziato quando sono nata, quando alla nascita mi è stato assegnato il genere maschile non confacente alla mia identità di genere. Ho sempre pensato di essere una bambina, fin quando mi sono scontrata con gli stereotipi di genere. La società continuava ad assegnarmi un genere che non mi apparteneva, ma ad un certo punto ho deciso di ribellarmi al modello del binarismo di genere ed ho deciso di iniziare il mio percorso di transizione, in modo graduale. Avevo 26 anni.

Come è iniziato il tuo coinvolgimento nell’attivismo lgbtq e di cosa ti occupi esattamente?

Il mio attivismo nel mondo LGBTQIA è iniziato dopo il mio trasferimento a Roma dove sono venuta per studiare Psicologia all’Università “La Sapienza” e dove mi sono laureata con una tesi sull’Omofobia. Ho iniziato il mio attivismo frequentando il Circolo di Cultura Mario Mieli, per un paio d’anni, poi in seguito l’Associazione Libellula ed in tempi più recenti occupandomi di Diritti Civili sia in ambito politico, come Referente del Tavolo Diritti Civili del M5S di Roma, che riabbracciando l’associazionismo, dando vita al COLT Coordinamento Lazio Trans insieme all’ Associazione Libellula, a Beyond Differences Onlus, allo Sportello Lili del Circolo Mario Mieli e a Tgenus Lazio.
A marzo 2017 ho dato vita al Progetto AMATI, gruppo di Auto e Mutuo Aiuto per persone Trans e Intersessuali.

E’ stato complesso coniugare identità e professione? Hai incontrato difficoltà nel tuo campo?

Fortunatamente nel mio lavoro non ho incontrato pregiudizi. Però anche io in passato sono stata discriminata ad un colloquio di lavoro, pur essendo già laureata. Purtroppo molte persone trans continuano ad essere discriminate nell’ambito lavorativo.

Nel tuo percorso ci sono state delle figure di riferimento nel mondo dei media, della cultura o dello spettacolo che sono stati per te fonte di ispirazione? 

Quando ero adolescente vidi un film “La moglie del soldato”, la cui protagonista era una donna transgender. Capii che il mio sogno sarebbe potuto diventare realtà. Ho sempre guardato con ammirazione Eva Robin’s, ma la mia fonte di ispirazione, nel tempo è diventata mia madre, per la sua forza e la sua dolcezza. I miei modelli di donna sono Margherta Hack e Alda Merini.

Negli ultimi anni la visibilità trans gender è sicuramente cresciuta, ma la strada per la piena cittadinanza per gli uomini e le donne trans gender è ancora molto lunga. Qual è la tua visione?

E’ importante che si parli di persone trans e sicuramente lo si fa di più rispetto al passato, ma questa visibilità deve essere “usata” per sensibilizzare e non per apparire.
A volte noto che si tende a puntare più sulla forma che sulla sostanza. Spero che venga dato più spazio alle persone trans, ma non semplicemente per un’attenzione morbosa dei media verso il nostro modo di essere, ma perché abbiamo delle cose importanti da dire.
La strada per il riconoscimento di pieni diritti alle persone trans è ancora lunga e in salita, ma abbiamo resistenza e gambe forti.
Ce la faremo.

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