Search

INTERVISTA AD ALESSANDRO CHARRIER, SEGRETARIO PROVINCIALE UILMD

1- quali sono le maggiori difficoltà che i lavoratori glbt incontrano sul posto di lavoro?
2- quanta strada è stata fatta nel campo della difesa del diritto al lavoro per le persone glbt e la loro equa inclusione nei luoghi di lavoro?
3- esiste un “problema transgender” nei luoghi di lavoro in Italia? se si, esistono policy di protezione messe in atto da alcune realtà lavorative?
4- sono molti i casi di mobbing in Italia ascrivibili all’omotransofobia? le persone denunciano questi casi ai sindacati e alle autorità?

  1. Occorre distinguere due casi: quello in cui si cerca un posto di lavoro e quello in cui il lavoro lo si ha già. Nel primo caso, cioè nella fase di selezione e di accesso nel mondo del lavoro, vi sono maggiori criticità. Manca l’informazione necessaria per superare certi stereotipi. I trans, ad esempio, vengono considerati tutti drogati o prostitute, mentre si pensa che i gay ci provino con tutti i maschi che incontrano e che le lesbiche siano tutte aggressive. Si tende a mettere delle etichette e il datore di lavoro preferisce non avere grane. Nel secondo caso, quando cioè il soggetto è già all’interno dell’azienda, scatta il meccanismo opposto: si cerca di tutelare la persona, proteggerla e prevenire atti discriminatori per non incorrere in problemi.
  1. In Italia molta strada è stata fatta a livello legislativo, ma non a livello culturale. Le differenze maggiori si riscontrano tra gli ambienti di lavoro scolarizzati, dove il livello d’istruzione è più alto, e quelli che non lo sono. Negli ultimi 15 anni, in particolare, abbiamo assistito a una certa evoluzione per l’adeguamento delle nostre norme legislative a quelle imposte dalla Comunità europea. Il recente riconoscimento dell’istituto giuridico delle unioni civili in Italia, esteso anche alle coppie omosessuali, ha riacceso nel nostro Paese il dibattito sulle discriminazioni subite da lesbiche, gay, bisessuali e transgender sul posto di lavoro. Si avverte maggiormente la necessità di costruire ambienti di lavoro inclusivi e rispettosi delle differenze, ma c’è ancora molto da fare.
  1. Ad attivare le policies di protezione sono soprattutto le grandi aziende, che prestano particolare attenzione a prevenire le discriminazioni per non esporsi a denunce e sanzioni che potrebbero danneggiarle. Poco per volta, man mano che i governi applicano le leggi sul lavoro che tutelano le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale, anche i piccoli datori di lavoro dovranno adeguarsi. La Regione Piemonte, ad esempio, ha approvato nel marzo 2016 una nuova legge a favore dei diritti e contro ogni forma di discriminazione, inclusa quella basata sull’orientamento sessuale. Cresce inoltre la “Ready”, Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, nata nel 2006. La rete è passata da circa 20 aderenti, a fine 2011, a 120 Amministrazioni partner registrate al 2017. Numeri che indicano una sensibilità in crescita, ma anche la necessità di scambiare buone pratiche. Il quadro socioculturale e normativo è in costante evoluzione ed esige un raccordo con le istituzioni europee, tra cui l’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (Fra). Torino è inoltre il primo Comune in Italia ad aver istituito nel proprio organico una Divisione Servizi Educativi per le Politiche di Genere, dedicata alla tutela dalle discriminazioni basate su orientamento sessuale ed identità di genere.
  1. Secondo unindagine Istat del 2011 (non vi sono altri dati disponibili) le persone che osano fare coming out sul posto di lavoro sarebbero solo un quarto. Uscire allo scoperto, fare outing, potrebbe compromettere i rapporti con i colleghi, ostacolare un avanzamento di carriera o essere addirittura motivo (seppure non dichiarato) di licenziamento. Si preferisce non esporsi, per non creare ulteriori criticità. Esistono molte forme di discriminazione, subdole e difficili da dimostrare: le discriminazioni indirette, per esempio, sono comportamenti apparentemente neutri che però possono mettere le persone in una situazione di particolare svantaggio. E’ insomma un universo in gran parte sconosciuto, anche perché la legislazione italiana non ne favorisce l’emersione. Se in altri paesi è possibile fare denuncia online, in forma anonima, anche da parte di associazioni, In Italia deve essere la persona a denunciare o querelare. Alcune forme di discriminazione, come quelle sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, non costituiscono nemmeno reato.

Lascia un tuo commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: