Search

Stella Jean, haitiana dalle mille risorse

Un melting pot di origini racconta una delle fashion designer più in voga negli anni duemiladieci. Si, perché Stella Jean è di origine haitiana, ed è nata nella città eterna da un padre che viene dal capoluogo sabaudo. Proprio Roma, un luogo che, dice Stella, è proprio come Fellini definì Anna Magnani, a suo dire simbolo della città capitolina: “Lupa, aristocratica e stracciona”.

Nata nel 1979, ha studiato Scienze Politiche alla Sapienza di Roma, lasciata per entrare nel mondo della moda, la sua vera vocazione. L’altra nascita, quella artistica, è la stessa di molti dei grandi nomi del campo, il “Who is on next”, il noto talent di Vogue Italia, dove arriva nel 2011 in seconda posizione. Nel 2013 l’incontro con Armani, che le chiede di mostrare i suoi lavori all’arcinota Settimana della Moda dell’anno successivo. Da lì nascono le collaborazioni di pregio: quella con Christian Louboutin prima e quella con l’International Trade Centre Ethical Fashion poi. Ma non finisce qui la rampa di lancio di Stella Jean, perché nell’aprile dello stesso anno viene selezionata per mostrare le sue creazioni a Londra, al Victoria and Alberto Museum, durante l’evento Glamour of Italian Fashion 1945-2014.

Secondo la Jean sono stati i momenti di blocco che l’hanno portata alla capacità di superarli “volando”, come dice lei. Ma negli ingredienti del suo successo c’è un altro fattore, etico. Così come alcuni dei suoi lavori sono stati realizzati in Africa, attraverso metodi e lavori sostenibili, lei, ai tempi del “Who is on Next”, in un’intervista rilasciata a Vogue Italia, dice che “Essendo io il frutto di una commistio generis di razze e di culture, a prima vista opposte vorrei, attraverso la moda, promuovere un’integrazione culturale alternativa e trasversale, senza pregiudizi di nessun genere”. Una vocazione bella e ambiziosa, che non si fermava alle parole, ma che stava per trasformarla in una persona in grado di superare le barriere mentali e culturali: “Vorrei contrastare gli automatismi asettici che contraddistinguono l’accezione commerciale del prodotto. Vorrei arrivare con le mie creazioni da retailers di ricerca in tutto il mondo. Ogni cliente deve poter pensare che l’abito comprato non è solo il frutto di design moderno ma è anche eseguito con tecniche di lavorazione millenarie, gesti antichi e tante mani al lavoro che affiancano i passaggi industriali”.

Una miniera a cielo aperto a cui attingere, insomma, continuava nell’intervista di Vogue: “Ci sono ancora degli individui che racchiudono una sensibilità artistica ed un patrimonio culturale da raccontare. Gli abiti raccontano queste storie e sono realizzati con la tradizione manuale e artigianale tramandata da queste generazioni. Vorrei continuare ad incontrare visionari e non contabili. E’ indispensabile preservare, imparare ed integrare ogni tipo di tecnica tradizionale senza limiti geografici”.

E anche sulla scia di questo pensiero arriva la sua nuova collezione. Un mix di colori, tagli e sensibilità estetiche che ritagliano un mosaico nello spazio della moda.

Related posts

Lascia un tuo commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: