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Addio mia Arte! Gino Grimaldi, i colori dell’arte nell’ombra della follia

“Addio mia Arte! Gino Grimaldi, i colori dell’arte nell’ombra della follia” è uno spettacolo teatrale di prosa, basato sulla vita del pittore Gino Grimaldi (Isola della Scala, 1889 – Cogoleto, 1941), noto per avere decorato la chiesa del manicomio di Cogoleto. Grimaldi fu un artista dotato di grande talento e un intellettuale di pregio, la cui carriera, tuttavia, venne stroncata da ripetuti ricoveri in istituti psichiatrici. Nello spettacolo Grimaldi è quindi un paziente della struttura, una figura tormentata, insicura e paralizzata dal terrore di deludere le aspettative del padre, nonché del medico che lo ha in cura, ma è soprattutto un artista dalla fervida creatività.

Addio mia Arte, mettendo in scena il mondo grigio e spersonalizzante del manicomio, contrapposto ai colori forti e pulsanti dell’ immaginario del pittore, rievoca una vita che fu un continuo alternarsi di bellezza e sofferenza, di arte e follia, quella forma di schizofrenia unita a psicosi maniaco depressiva che condizionò per sempre l’artista. Una sessualità tormentata, animata da tendenze di carattere omosessuale, contribuì inoltre ad aumentare il suo senso di angoscia, in un’epoca in cui la manifestazione di questa natura era considerata un reato punibile con la carcerazione e motivo di vergogna e di onta indelebile.

Si sa, tuttavia, che dalla sofferenza può nascere la bellezza, ideale che diede senso alla vita di Grimaldi e la riempì. “La pittura è l’unica mia medicina” affermava Grimaldi e, dopo essersi conquistato la fiducia dei medici che lo avevano in cura, gli venne affidato il compito di decorare la chiesa del manicomio, occasione in cui il suo genio creativo poté esprimersi compiutamente.
Co-protagonista dello spettacolo è il Primo Psichiatra, dalla mentalità aperta ed illuminata, che, tuttavia, deve scontrarsi con un sistema manicomiale opprimente e umiliante, per arrivare a concedere a Grimaldi il permesso tanto agognato, vivendo insieme al suo paziente una crisi altrettanto profonda e devastante.

Ciò che contraddistingue Addio mia Arte è la commistione fra diversi linguaggi espressivi, come quello drammaturgico, basato su una ricerca biografica e quello della videoarte, che entrano in sinergia fra loro, facendo sì che un bene immateriale come un’opera teatrale possa interpretare e celebrare un bene materiale come la pittura, traendone ispirazione. Uno degli elementi iconografici e simbolici presenti nello spettacolo è quello dell’ androginia, che permea l’opera pittorica di Grimaldi e che diventa fondamentale anche per la piéce, trovando la sua maggiore esaltazione nella realizzazione di un quadro vivente, tema di un video ispirato alla Carità di S. Camillo, uno dei capolavori del pittore.

Gino Grimaldi nasce all’Isola della Scala (Verona) l’ 8 febbraio 1889 da una famiglia di modeste condizioni economiche. Perde la madre in tenera età. A Bergamo frequenta l’Accademia Carrara, ma solo fino al penultimo anno, a causa dei problemi economici derivanti dalla prematura morte del padre. Nel 1910 diventa affiliato di “Ars Regia”, la Società Teosofica con sede a Milano e inizia a palesare i suoi principi di carattere socialista e umanitario. Si trasferisce nel 1913 a Venezia, dove ottiene un lavoro alle dipendenze del pittore e architetto Cesare Laurenti, che tuttavia non si rivela duraturo. Trovandosi ridotto in miseria, viene arrestato per furto e poi trasferito al manicomio di San Servolo. Da qui in avanti la sua vita è contrassegnata da continui ricoveri, alternati a periodi di normalità e di attività pittorica, come il periodo trascorso a Bellagio, alle dipendenze di Paolo Troubetzkoy, fino a un ennesimo ricovero in manicomio, a Cogoleto, dove rimane dal 1933 al 1941, l’anno della sua morte.

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